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11 settembre, un conflitto che dura da anni – di Alex Minissale

11 settembre

11 settembreL’islam politico, e cioè un’intera galassia di associazioni terroristiche che annoverano fra le loro fila centinaia di migliaia di adepti, l’undici Settembre di quattordici anni fa dichiarò guerra all’Occidente. Puntualizzare che esiste un islam moderato non colluso vi farà raccogliere gli applausi scroscianti dei multiculturalisti in servizio permanente effettivo, ma – in termini di etica delle responsabilità, in termini di realpolitik – la vostra sarà retorica sterile e boldrinesca e nulla più. Al di là della connivenza  (talvolta solo socio-culturale, talvolta perfino logistica) del mussulmano della porta accanto coi terroristi spesse volte sgominata dalle intelligence occidentali, poco importa, in termini militari, se ad aver dichiarato guerra all’Occidente sia nel complesso una parte minoritaria o maggioritaria dell’universo islamico: gli Alleati, combattendo la Germania nazista, non erano frenati da remore connesse alla convinzione (pur vera) che «ci sono anche parecchi tedeschi non nazisti».

Dice: ma è una comparazione inappropriata, non siamo mica in guerra. E invece siamo in guerra, una guerra transnazionale assai differente dalla paleo-guerra territorializzata cui siamo abituati: sul piano spaziale, la neo-guerra non si cura del principio di frontalità (nazione contro nazione); sul piano temporale, la neoguerra è assai dilatata, l’islam politico agisce sulla spinta di pretese egemoniche universaliste, perciò si avvale di strumenti poco efficaci nel breve termine – colpire obbiettivi simbolici anziché militari, nel corso degli anni e casualmente, per diffondere il terrore in dosi omeopatiche; conquistare demograficamente, come ammesso da parecchi imam – ma potenzialmente devastanti nel lungo termine.

Poi, certo, le fazioni in campo sono ambedue evanescenti e rarefatte, a differenza di quanto avveniva nella paleo-guerra.

L’universo islamico è logorato da conflitti intestini. Ma non bisogna nutrire alcuna remora nel qualificare come “islamico” il terrorismo che, anno dopo anno, colpisce l’occidente. Se non altro perché poggia su rigidi e massicci fondamenti coranici. E, letteralistica o flessibile che sia l’interpretazione che se ne fa, si tratta di un testo che mobilita: lo certifica l’esito delle primavere arabe e, più generalmente, la necessarietà istituzionale di leader sanguinari (come Assad) per tenere a bada quel sostrato sociale islamico teocratico assetato di potere.

Dall’altro lato, invece, manca perfino un’identità collettiva.

La scrittrice Oriana Fallaci, ad esempio, non sopportò che la reazione dell’establishment culturale e mediatico occidentale si declinò in una patetica autocolpevolizzazione terzomondista e non in un significativo rafforzamento dell’identità giudaico-cristiana. Incontrò l’ostilità e l’ostracismo dei salotti perbene dell’intero occidente (una consacrazione e nulla più: forte delle decine di milioni di copie vendute, non aveva mica bisogno di accomodarsi da Fabio Fazio come un Francesco Piccolo qualunque), nonché di una parte ultra-ideologizzata della società civile.

Ad ogni modo, è ormai una verità empirica che la solidarietà di noialtri occidentali alle nazioni militarmente aggredite dal terrorismo islamico dura giusto il tempo di un’onda emotiva; sepolti i cadaveri, infatti, ha luogo nella percezione dell’opinione pubblica un capovolgimento al quale solo la psicologia sociale, forse, un giorno saprà dare una spiegazione: i carnefici diventano vittime e le vittime carnefici. Una parte maggioritaria dell’opinione pubblica occidentale è ad oggi convinta che «l’America se la sia cercata» (?), non meno dei vignettisti blasfemi di Charlie Hebdo.

Ve lo ricordate? Gli integralisti cattolici, suffragati da una boutade ad alta quota di un pontefice populista, sin dall’indomani si affrettarono a puntualizzare che «però eran blasfemi», come se la carica offensiva – ancorché eccessiva – delle vignette di un quotidiano dalla tiratura irrisoria potesse legittimare lo sterminio dell’intera redazione.

I laicisti, sempre in guardia quando si tratta di stigmatizzare improprie ingerenze vaticane nella politica nazionale, specificarono anch’essi che la libertà di stampa non può involversi in intolleranza religiosa – e anche se così fosse stato? Imbracciare un kalashnikov è una soluzione immediata encomiabile tanto quanto adire un tribunale per far valere le proprie ragioni? E soprattutto: sarebbe stata questa, cari laicisti, la vostra reazione, se a commettere l’eccidio fosse stato un commando di integralisti cattolici?

Nulla di cui sorprendersi, poi, se perfino le nuove generazioni furono Americani e furono Charlie Hebdo per un giorno o poco più. Del resto, qui da noi, sono perlopiù figlie di una cultura tardocomunista o post-fascista, comunque anti-modernista (e cioè, alla fine, illiberale) e perciò non simpatizzano affatto per quell’Occidente nel quale sguazzano ben pasciuti, delle cui libertà liberali abusano per mitizzare la morigeratezza araba contrapposta alla frivolezza occidentale.

Per quel che riguarda chi scrive, le vittime (chi si trovava nelle Twin Towers esattamente quattordici anni fa, i pendolari di Londra, la redazione di Charlie Hebdo ecc…) restano tali e i carnefici a loro volta. Perciò oggi chi scrive si sente Americano, non meno che londinese, Spagnolo, Turco, Israeliano, non meno che Charlie Hebdo. In altre parole, laico (non laicista: i laicisti, come già detto, sono in odore di collaborazionismo), cristiano. Occidentale.

Alex Minissale

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