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25 aprile e Primo maggio: ha ancora senso festeggiare? – Di Alex Minissale

25 Aprile e Primo Maggio ha ancora senso festeggiare (versione corretta)

Due festività meravigliose, datate rispettivamente venticinque Aprile e uno Maggio, sono tutt’oggi ostaggio di una frangia iper-ideologizzata della società civile, il più delle volte ostile alla liberal-democrazia, agli USA, agli ebrei in quanto tali e allo shampoo, il grasso della salsiccia evapora dalla brace e va a sedimentarsi per sempre sul dreadlock del figlio dell’impiegato, il tutto sulle note degli Inti-Illimani.

Ogni 25 Aprile, a Roma, il corteo dell’ANPI è precluso alla Brigata Ebraica, tutti ex partigiani o deportati superstiti, inequivocabile prova della contiguità sostanziale – se non della effettiva sovrapponibilità – tra antisionismo e antisemitismo, l’uno evoluzione ideologicamente presentabile dell’altro. La monopolizzazione della Resistenza, adoperata da tardocomunisti e prole, in genere squadristi filopalestinesi, non solo impone che non venga contemplata alcuna forma di gratitudine, seppur minima, per gli Alleati, ma prevede perfino che venga predicato e fomentato l’odio per gli USA – «guerra agli ebrei e ai crociati» fu lo slogan di Osama Bin Laden che ben si adatta al nostro 25 Aprile, ieri celebrato nel nome della devozione a Santa Madre Russia e un domani, chissà, in omaggio al jihadismo sunnita. Giusto oggi che, peraltro, dovremmo israelizzare l’Europa per meglio gestire l’emergenza del terrorismo islamista, preferiamo piuttosto assecondare l’establishment mediatico-culturale islamofilo e la sua propaganda antisionista.

Anche la Festa dei Lavoratori è ed è sempre stata la ghiotta occasione della microcriminalità per massimizzare gli introiti, con tutta quella ganja, quella nube tossica fra una kefiah e una bandiera di Emergency, sulle note di “Bella ciao” ri-arrangiata – va da sé – in chiave balcanica: tutto ormai assai poco eversivo, anzi, sostanzialmente nazional-popolare, una replica primaverile del Festival di Sanremo, con Vinicio Capossela nel ruolo di Gabriel Garko della sinistra extraparlamentare.

Quasi quasi, al cospetto di questo déjà-vu ormai pluridecennale, questa gigantesca e arrogante manifestazione d’incoerenza (invocano la libertà ma vogliono lo stalinismo), verrebbe da tesser l’elogio di CasaPound, se non fosse che Davide Di Stefano, fratello del leader del movimento, movimento di nostalgici rimasti intrappolati nel loro teenage dream repubblichino (sognano cosa, poi?, un redivivo e putrefatto Mussolini che strappi le altrui membra per rigenerare le sue, tipo Arnold Vosloo ne “La Mummia”, per poi ripristinare la Repubblica Sociale e magari istagrammare col filtro vintage una foto del Colosseo quadrato e, perché no?, pure un selfie con Kim Kardashian e Papa Francesco?) insomma Davide Di Stefano qualche settimana fa è andato a innaffiare di Coca Cola uno stand di quel festival dei nerd che è il Romics, stand reo di aver esposto e venduto “Qvando c’era Lvi” – fumetto pensato per trarre guadagno dal sempreverde business dell’antifascismo militante, consumi culturali neomarxisti che si vendono bene con la legge della domanda e dell’offerta.

Vi è sfuggito il dettaglio? È stata scelta giusto la Coca Cola, la regina delle multinazionali, l’emblema dell’imperialismo post-moderno che conquista con l’aspartame anziché con le armi, mica l’italianissimo Chinotto, risposta amarognola e autarchica del Duce alla spocchia capitalistica statunitense, quando la patria era un valore, l’ordine, la controrivoluzione e insomma, tutta quella politologia da circolo ricreativo che conosciamo bene, porte aperte e treni puntuali.

Già negli anni ’70 Pierpaolo Pasolini, dalle colonne del CorSera, lamentava la non distinguibilità di fascisti e antifascisti, oggi la loro “borghesizzazione” è completa (il punto è che anche Pasolini consumava Coca Cola, ma tant’è).

Questa perpetuazione della guerra fredda, o meglio, della guerra civile, ormai culturalmente archiviata non con Giampaolo Pansa ma, ben prima, con Renzo De Felice, questa perpetuazione artificiosa e folkloristica della guerra fredda, si diceva, nasce non dall’autentica spinta propulsiva di ideologie che non si rassegnano all’obsolescenza, ma da un’esigenza meramente strategica: gli opposti estremismi, rimasugli di secolo breve, legittimandosi vicendevolmente fuggono dall’incombente accusa di anacronismo, non perdere l’occasione per darsele di santa ragione è l’unico metodo per soddisfare l’irresistibile narcisismo politico ed esistenziale che affligge ex partigiani, skinhead, repubblichini, “zecche” e quant’altro.

Sino a una laicizzazione definitiva di queste due giornate, l’unico dovere civico da esercitare sarà quello di boicottarle pubblicamente e festeggiarle privatamente, per la gioia dei macellai.  Il dopoguerra è terminato con l’amnistia che Palmiro Togliatti propose a beneficio dei collaborazionisti fascisti – per esigenze meramente strategiche: il PCI necessitava di una legittimazione all’interno dell’arco costituzionale –, dopodiché è tutto folklore, finto estremismo in realtà permeato anch’esso da mediocrità democristiana, disturbi ormonali che attendono la primavera, fine Aprile e inizio Maggio, per trovare sfogo e ragion d’essere.

Agli adolescenti che dovessero malauguratamente infatuarsi di, chessò, Gino Strada o Ezra Pound, un genitore ben attrezzato a livello pedagogico dovrebbe dire: «ma non potresti idolatrare Demi Lovato e Katy Perry come tutti i ragazzini normali?».

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