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Amministrative: vincitori, vinti e segnali nazionali – di Alex Minissale

I risultati delle elezioni amministrative sono, come sempre, eterogenei e frammentari: individuare un significato politico nazionale rischia di essere fuorviante. Tanto la débâcle di Matteo Renzi quanto il trionfo del Movimento Cinque Stelle – questa è la lettura che va per la maggiore – vanno relativizzati e interpretati con distacco.

Anzitutto le elezioni di “metà mandato”, in qualunque democrazia occidentale, premiano quasi sempre le opposizioni. Secondariamente, il risultato di queste amministrative è anch’esso un effetto collaterale della personalizzazione della leadership – e cioè di una parziale destrutturazione del partito – posta in essere da Renzi, in quanto inerente al suo modo d’intendere la politica e al suo progetto di modernizzazione delle istituzioni (in altri termini, Renzi è responsabile più in qualità di segretario del partito che in qualità di primo ministro). Infine – quel che più rileva – i fattori determinanti, nelle elezioni amministrative, sono locali assai più che nazionali: l’elettore premia o boccia i candidati in base a riflessioni che il più delle volte prescindono dall’appartenenza politica.

Se a Bologna e a Milano – giusto per citare due dei capoluoghi più esposti mediaticamente – gli elettori hanno promosso il Pd non è certo merito di Matteo Renzi: nel primo caso si tratta di “rosso antico”, cioè di un apparato di potere (e perfino di una mentalità) post-comunista che, per quanto anacronistico, regge tutt’oggi a prescindere dal premier; a Milano Giuseppe Sala ha ereditato il patrimonio elettorale racimolato dal “buon governo” di Giuliano Pisapia, sindaco “arancione” più che renziano – come Luigi De Magistris, riconfermato a Napoli.

Per gli stessi motivi, neanche le sconfitte – assai più numerose – sono interamente riconducibili al premier: scriverne il necrologio, come hanno fatto diversi editorialisti, è quantomeno avventato. L’esito di queste elezioni amministrative non è neanche un ballon d’essai in vista del referendum di Ottobre, perché ogni appuntamento elettorale fa storia a sé: in quel caso, rileveranno più di ogni altra cosa le strategie comunicative, perché puntare sul merito della riforma – anziché sull’emotività e sulle semplificazioni propagandistiche – sarebbe più che rischioso, sul piano strategico, per ambedue i fronti (i dati sull’analfabetismo funzionale sono preoccupanti e, più generalmente, il corpo elettorale è disinteressato a tematiche ritenute complesse).

La vittoria del Movimento Cinque Stelle, per converso, è più simbolica che quantitativa: la conquista delle “due capitali” occulta il risultato sostanzialmente marginale ottenuto nel resto d’Italia (19 comuni su 1300, 3 capoluoghi su 26), anche se va riconosciuto che le difficoltà di reclutamento della classe dirigente – e di radicamento sul territorio – sono fisiologiche per un partito “liquido” e relativamente giovane, nella misura in cui la vittoria in due grandi metropoli come Torino e Roma è, per gli stessi motivi, assai sorprendente.

Se il Movimento Cinque Stelle ha vinto, tuttavia, il grillismo ha perso: ha perso, in altri termini, il qualunquismo egualitario per cui “uno vale uno”, stanti il profilo alto-borghese delle due principali neoelette (e dei restanti 17 sindaci) e la sostanziale assenza del web – elemento feticcio dell’ideologia grillina – durante l’intera campagna elettorale.

Nello specifico, Virginia Raggi è stata selezionata anche e soprattutto in quanto telegenica: si tratterebbe dunque di una vittoria del “berlusconismo” – direbbero gli analisti più provinciali: ma la centralità dell’immagine è una peculiarità della politica post-moderna (e non solo) che prescinde dal cosiddetto ventennio berlusconiano. La Raggi, inoltre, ha mutuato la linea comunicativa di Alessandro Di Battista, adatta – com’è noto – più alla Melevisione che a una tribuna politica, perciò stesso efficacissima presso le masse meno scolarizzate: ma è una sfumatura marginale, la seconda generazione di pentastellati si presenta nel complesso assai più istituzionale della prima, una sgangherata mandria di dilettanti (complottisti e creduloni) allo sbaraglio.

Il centrodestra, infine, tiene botta nonostante l’assenza di una leadership – e dunque anche di una linea politica – forte e soprattutto unitaria. Era alla guida di 34 comuni e adesso ne amministra altrettanti, conquistando Benevento, Grosseto, Trieste e Novara: questo gioco a somma zero esemplifica perfettamente la fase di stagnazione che sta attraversando. Da questa tornata trae i soliti e ormai ovvi segnali: non si vince se non coalizzati, la destra “lepenista” ha vocazione minoritaria – se non altro perché il feudo dell’antipolitica, in Italia, è occupato dal Movimento Cinque Stelle – e funziona al più come stampella, non come elemento di trazione (lo si deduce anzitutto dal sorprendente successo di Stefano Parisi).

Questo è, grossomodo, lo scenario delineatosi all’indomani del secondo turno. Nel complesso, nessuno è autorizzato a prolungare oltremisura i festeggiamenti o la metabolizzazione di un boccone amaro: il premier dovrà elaborare una risposta assai più articolata del “lanciafiamme” per neutralizzare la componente interna che gli rema contro e restituire al partito la solidità e il radicamento sul territorio che ha sempre avuto; i neosindaci a cinque stelle dovranno impegnarsi per ridimensionare l’elevata percentuale di amministratori grillini finiti nei guai, così fornendo credibilità al partito quale forza di governo, anche se il programma essenzialmente statalista che hanno proposto agli elettori lascia poco spazio alla speranza; il centrodestra deve al più presto risolvere i propri problemi di successione, così scrollandosi di dosso il ruolo di “terzo escluso” – perché in fin dei conti almeno un segnale nazionale si può evincere: molti elettori di centrodestra, se privi di una personalità credibile che s’incarichi di rappresentarli, votano il Movimento Cinque Stelle, ma il contrario non avviene: sconfiggere il Pd in un’eventuale ballottaggio – così come previsto dall’Italicum – sarebbe faticoso; non giungervi, significherebbe incoronare i grillini, così com’è accaduto a Roma.

A ben vedere, comunque, i due veri vincitori sono stati l’astensionismo (per l’ennesima volta) e le liste civiche: un rinnovamento radicale di tutti i partiti nazionali, perfino dei più “giovani”, continua a essere l’urgenza che la politica deve affrontare.

Alex Minissale

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