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Caso Guidi: il contrappasso e la nostalgia del berlusconismo – di Alex Minissale

Di Alex Minissale

Sono già due i casi di conflitto d’interesse nell’esecutivo renziano, due le quote rosa coinvolte, e sono un contrappasso meraviglioso per nomenklatura ed elettorato piddino, ambedue nostalgici della furiosa militanza antiberlusconiana che fu: il conflitto d’interesse, infatti, fu la pietra angolare sulla quale edificarono l’intera crociata politica contro il temibile Cavaliere, crociata condotta spesso e volentieri con strumenti abbondantemente extrapolitici, moralismi gesuitici e gogne mediatico-giudiziarie. Il tutto confezionato con un’assai telegenica vocazione al martirio, con la spocchia massmediologica che serviva ai guru da prima serata per legittimarsi quali rivoluzionari (stipendiati da quella stessa tv di stato che squalificavano come organo, fra i tanti, di un regime dal pluralismo fittizio, quello berlusconiano per l’appunto) e agli attempati dirigenti del PD per autoassolvere le proprie frequenti débâcle elettorali, perché insomma, Berlusconi c’ha tutte le generaliste, mica è colpa della nostra arretratezza politico-culturale se vince una tornata no e una sì.

Ma questa è anch’essa nostalgia, ora è tutt’altra cosa, alcuni degli ex luogotenenti del Fronte Unico Antiberlusconiano hanno trasfigurato in fede pentastellata il redditizio ma obsoleto livore contro il Cavaliere ormai sconfitto dall’anagrafe, sicché possono sollevare il ditino e far la morale da una sponda più o meno pura, ma i tempi sono diversi, lo scontro non è guerra civile, niente è meravigliosamente radicalizzato come allora.

“Norma ad fidanzatum” ha titolato Il Fatto Quotidiano, nostalgico per l’appunto delle norme “ad personam”, formula che era penetrata ovunque: perfino nei licei, dove gli adolescenti tesserati GD, futuri rappresentanti d’istituto eppoi attivisti politici universitari (questo è il cursus honorum di chi vuol finire con le terga su una poltrona improduttiva ma redditizia), riuscivano finalmente a infilare nella quotidianità un ad più accusativo, così fieramente permeato di attivismo politico.

Ma Federica Guidi, ex ministro dello sviluppo economico, s’è anche dimessa, in giornata per di più, ha marcato una discontinuità, come si dice oggi, e sul serio niente è più come prima: sì, si sono già avviati i dibattiti sull’urgenza di una regolamentazione minuziosa del conflitto d’interessi,dibattiti più inutili che mai, sigillo emblematico della chiacchiera intesa come surrogato della produttività parlamentare, ma sarà tutto più pallido, la posta in gioco non è più la forma repubblicana non revisionabile (!), ma più modestamente le sorti politiche del giglio magico, pfff, un po’ di carne giudiziaria da gettare sulla brace della propaganda no triv, del duplice referendum su Renzi.

Qualcuno sostiene che si tratti del disinnesco istantaneo di una granata che, se fosse esplosa, si sarebbe trascinata nel baratro del discredito irrimediabile pure la numero due del governo, già ustionatasi qualche mese fa.

La prima volta, quando nel tritacarne ci finì per l’appunto donna Maria Elenain quanto figlia di suo padre (o meglio, del su’ babbo, come si dice da quelle parti), la velleitaria mozione di sfiducia finì per legittimare la delegittimanda, e chissà, magari l’effetto “se non uccide fortifica” si replicherà.

Ad ogni modo, tornando ai contrappassi, non occorre scomodare le scienze politiche, la Commedia o perfino il karma, basterebbe citare Justin Timberlake, “Whatgoesaround… Comesaround”, e tante volte una professoressa col cerchietto ha ascritto  successi politici di una berlusconiana avvenente al passaggio obbligato dall’alcova di Villa Grazioli, altrettante volte una domina nova pentastellata, non di rado anche burina così da poter certificare inequivocabilmente la propria provenienza dalla gggente, altrettante volte, si diceva, una domina nova pentastellata ha dato in pasto alla stampa illazioni parimenti querelabili sulle donne botticelliane di Renzi e sul sesso orale che avrebbero praticato per accomodarsi lì dove sono. Allora l’accusa di fellatio vantava, paradossalmente, il crisma delle sacerdotesse del femminismo politicamente corretto, le Lorella Zanardo, le Michela Marzano, oggi viene squalificata quale insulto da taverna, ma la sostanza è quella.

La storia, dalle nostre parti, si ripete tutt’e due volte come farsa, e per certi versi l’esecutivo renziano è la pallida farsa della parabola berlusconiana, forse più dinamica (uno degli errori imperdonabili del Cavaliere fu la pigrizia strategica), assai più sobria, più ideologicamente  presentabile, ma siamo lì, con una dose addizionale di bullismo istituzionale, meno cosce, meno plastica.

Ma forse non è neanche contrappasso, è la natura umana, è l’effetto collaterale di un equivoco – quello della superiorità etica, poi sublimatasi perfino in superiorità antropologica – già alimentato dal PCI, da un universo socio-culturale che ha sempre preferito Antonio Gramsci a Benedetto Croce e Machiavelli, con tutto quel che ne è conseguito.

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