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Catania, Festa dell’Unità: l’evoluzione e gli esclusi – di Alex Minissale

festa-unita_boschiIl corteo di antagonisti che ieri ha marciato a Catania non si è mobilitato in nome di una qualche ostilità ideologica: gli slogan erano mediocri e raccogliticci, i mantra i soliti (“Renzi non è stato eletto” berciavano al megafono, sebbene su internet ci siano decine di manuali di diritto costituzionale in PDF, per non parlare di tutte le costituzioni per smartphone che si trovano nell’App Store), i fumogeni, le cantilene, l’antifascismo militante – «sia-mo tut-ti anti-fa-sci-sti» ha gracchiato il megafono – esercitato contro cosa, poi?, due würstel grigliati e il ddl Boschi?

Perfino le bandiere ricostruivano il solito scenario urbano da déjà-vu sessantottino: ci sarà un qualche deposito, un garage, un magazzino nel quale sono stipate decine di bandiere della Palestina, No Muos e No Tav, e magari ci sarà pure un gruppo WhatsApp, I ragazzi Della Piazzetta, o magari della Via Gluck (vuoi mettere, una critica all’urbanizzazione selvaggia?), qualcuno la butta lì – oggi Fud o disobbedienza civile? – e si corre giù in garage.

Ma tutto questo non era, si diceva, dissenso: era la reazione piccata del preadolescente non invitato alla festa, il cattivo di Iron Man 3, era la sinistra ex-extraparlamentere che un tempo era lì rollare, perlomeno sin quando c’era Occhetto, o magari Veltroni – quello della vocazione maggioritaria: forse è stato lui –, e sebbene l’ambiente sia stato in realtà sempre assai “partitico”, trattandosi pur sempre della festa dell’Unità e non del Manifesto, per dire, i fuoriusciti di Democrazia Proletaria facevano colore anche loro, sotto il palco, mentre parlava Benigni.

Lo spirito di condivisione e comunità tipico delle feste dell’unità e del Primo Maggio è l’unico surrogato di socialismo reale che gli eterni teen-ager della rivoluzione permanente possano permettersi – un surrogato allegramente americano, peraltro: il socialismo, anche e soprattutto quello “dal volto umano”, era cupezza, grigiore; l’anticapitalismo statunitense è colorato, vogliamo dire petaloso?, proprio in esso fermentò l’idea della “fantasia al potere” (realizzata, in Italia, da Silvio Berlusconi: se non fosse che gli antagonisti, anziché omaggiarlo, gli hanno remato contro, mannaggia).

Oggi sono orfani, gli antagonisti, s’invaghirono di Grillo prima di realizzare che la volontà pura, completamente de-ideologizzata ma lastricata di parecchie buone intenzioni, della sublimazione dell’onestà a stella polare dell’agire politico (mica hanno letto Benedetto Croce), della democrazia diretta intesa come mobilitazione che fagocita quella rappresentativa, ecco, hanno realizzato che tutto questo, in punta di politologia, è fascismo movimentista, ma non gli si schierano contro perché il loro antifascismo è caricaturale, è una posa romanzabile.

Un tempo la sinistra radicale era altra cosa dal PCI, gli era spesso ostile, ma sempre tutto sommato contigua, aveva accesso alle festività del partito come una sedicenne punk ha accesso alla trousse della sorella più seria. Ma Renzi, per dirla con Pasolini, ha ultimato la borghesizzazione del Pd, il che non vuol dire – si badi bene – che è cambiata la capacità reddituale degli elettori di riferimento (lo zoccolo duro, diceva Ingrao), ma semplicemente il loro modo di vestire. La prole degli impiegati (e talvolta perfino dei dirigenti: vedi Carlo Giuliani) che ama apparire povera è stata completamente spodestata dalla prole degli impiegati che appare semplicemente per quel che è: due diverse declinazioni del ceto medio italiano – ce n’è una terza, molto “Milano Due”, ma questa non è l’occasione giusta per occuparsene –, gli uni marxisti-leninisti sempre per questioni eminentemente estetiche, gli altri più concretamente keynesiani, con tutti i loro limiti.

In una prospettiva occidentale, con Veltroni s’è avviato un processo di normalizzazione di una parte dell’assetto socio-politico: non solo il grande partito della sinistra italiana è, dai primi anni ’80, definitivamente entrato nell’alveo delle liberaldemocrazie occidentali, ma anche il suo bacino elettorale è consapevole di sé e delle proprie convinzioni, non più utopista ma liberal, non più Peppone di “Don Camillo e Peppone” quanto piuttosto Lisa Simpson. Questa atmosfera si respirava a Catania, questo è il PD, già postmoderno anche negli anni pre-renziani, adesso forse solo un po’ più leopoldizzato.

La transizione PCI – PDS – PD è stato il lento e graduale cedimento, non privo di resistenze tardocomuniste (fortificate anche nella militanza antiberlusconiana), a una forza centripeta che agisce fisiologicamente nell’arco costituzionale di ogni democrazia di stampo occidentale. La coperta, si sa, è corta, ma gli apparati bipartitici o comunque bipolari riescono a coprire il centro e al contempo internalizzare le ali estreme: Bernie Sanders in America e Nigel Farage in Inghilterra sono solo due dei mille esempi che potrebbero farsi.

Resta solo alla destra il compito di strutturarsi come si deve, Silvio Berlusconi è stato demiurgo di un intero polo, c’è da esprimergli gratitudine – metter su una destra di governo che “sdoganasse” perfino i post-missini è stata un’impresa che ha del sovraumano – ma Forza Italia è ormai esclusivamente un suo feudo, un ingombro che più che ri-avviare il centrodestra ne ostacola una nuova inderogabile genesi.

I piddini hanno le direzioni nazionali, le feste dell’Unità, le scuole di formazione politica per fortificare il senso di appartenenza, incontrarsi e all’occorrenza scontrarsi, stabilire verso quale direzione muoversi. A destra cosa c’è?

Alex Minissale

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