Cronaca

Catania, clan Laudani azzerato. Oltre cento arresti nella notte

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Catania. Oltre 500 carabinieri dalle primissime ore di questa giornata sono impegnati nell’esecuzione di ben 109 mandati di custodia cautelare (di cui 106 in carcere e 3 agli arresti domiciliari per motivi di salute) in tutto il territorio nazionale e all’estero (la maggior parte dei quali a Catania e provincia) in esecuzione del provvedimento restrittivo emesso dal Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale etneo su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia. Destinatari dell’ordine di custodia cautelare sono dirigenti e affiliati al clan Laudani (Conosciuti come MUSSI ‘I FICURINIA”), ritenute responsabili a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, intestazione fittizia di beni, detenzione e traffico di stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi ed altri reati.

Il presente provvedimento si pone su un solco di continuità ideale con i procedimenti le cui operazioni venivano denominate “Fico d’India” e “Abisso”, riguardanti sempre il clan Laudani e con indagini delegate dalla locale D.D.A. all’Arma dei Carabinieri, l’ultima delle quali risale al 2010.

Le indagini traggono spunto dalla collaborazione di Laudani Giuseppe, nipote del capostipite Laudani Sebastiano e ai vertici della famiglia tra il 1999 ed il 2010. Questi, ad oggi rimane il primo ed unico membro della famiglia di sangue ai vertici del clan a compiere la scelta di rinnegare il proprio passato criminale mafioso ed a passare dalla parte dello Stato, svelando con le sue dichiarazioni i retroscena di quasi vent’anni di vicende mafiose che hanno tristemente caratterizzato la storia criminale di Catania e del suo hinterland.

Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, hanno consentito di ricostruire l’organigramma del clan, considerato una delle più ramificate e pericolose consorterie criminali operante nel catanese, caratterizzato da una autonomia criminale orgogliosamente rivendicata anche nei confronti di “Cosa Nostra” catanese, con la quale, peraltro, non ha disdegnato di stringere alleanze partecipando alle più sanguinose faide degli anni ottanta e novanta, con saldi legami anche con la ‘ndrangheta reggina.
Nel territorio catanese, il clan poteva contare su gruppi associati nei territori di San Giovanni la Punta, Acireale, Giarre, Zafferana Etnea, Piedimonte Etneo, Caltagirone, Randazzo, Paternò, San Gregorio, Aci Catena, Mascali e Viagrande che si occupavano della sistematica attività estorsiva nei confronti delle attività commerciali, alle quali veniva imposto il pagamento del pizzo per un ammontare annuo variabile tra i 3mila e i 15mila euro. 

Gli investigatori hanno individuato capi e gregari, accertando numerose estorsioni praticate in modo capillare e soffocante ai danni di imprese ed attività commerciali del territorio e riscontrando un diffuso condizionamento illecito dell’economia locale posto in essere anche con attentati alle attività produttive ed aggressioni agli imprenditori.

Nessun decisivo contributo alle indagini è emerso dalle dichiarazioni delle vittime che, a riprova del profondo stato di assoggettamento, o hanno negato di essere sottoposte al pagamento del “pizzo” o si sono limitatead ammettere il solo fatto storico dell’estorsione, non fornendo alcun elemento utile per l’identificazione dei responsabili.

Le attività hanno altresì consentito di evidenziare il ruolo centrale ricoperto da tre donne in seno all’organizzazione, tratte in arresto nell’ambito dell’operazione, dimostratesi in grado di dirigere le attività criminali della “cosca” secondo le direttive impartite dai vertici ed occupandosi anche della gestione della “cassa comune”e del sostentamento economico delle famiglie degli affiliati detenuti.

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