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Comunità resilienti ed enti pubblici: è tempo di aprirsi – di Vanessa Aiosa

resilienza
Il concetto di “resilienza” (dal latino “resilire”, rimbalzare, saltare indietro), tradizionalmente utilizzato nell’ambito della fisica e delle scienze naturali per indicare la capacità di un sistema di ritornare all’equilibrio dopo una perturbazione, oggi trova sempre più applicazione anche in ambito sociale ed economico. Adattarsi a contesti mutevoli, potenziando capacità progettuali e di innovazione culturale e sociale dal basso, sta diventando la cifra distintiva di molte comunità in tutto il territorio europeo.
Svariate forme di collaborazione tra pubblico e privato, quali partnership, convenzioni, protocolli di intesa, partecipazione a fondazioni, patti territoriali e consultazioni popolari, consentono ai cittadini, alle associazioni, e alle imprese sociali di contribuire alla definizione di un sentiero di sviluppo comune, iniettando vitalità alle istituzioni tradizionali, sempre più carenti di fiducia.
Il Rapporto Eurispes 2015 conferma infatti la tendenza negativa della fiducia verso le istituzioni, mostrando una percentuale di disaffezione pari al 69,4 % (74,2% al Sud e Isole). E mentre il volontariato torna a confermarsi come l’istituzione più amata dagli italiani (fiducia al 78,8%), i cittadini che non si sentono rappresentati da nessuno degli schieramenti politici sale al 47,7%, rendendo palese un pericoloso vuoto di rappresentanza.
Dinnanzi ad un tale profondo clima di sfiducia, maggiore peso assumono i percorsi di cittadinanza attiva, che escono dal tradizionale schema della delega su cui si fondano le nostre democrazie rappresentative, con assunzione di responsabilità diretta da parte del cittadino per la cura del bene comune.
Secondo il classico schema teorico del diritto privato e pubblico europeo, che distingue tra beni pubblici e privati, sono gli enti pubblici a prendersi cura dei beni pubblici: l’amministrazione cura gli interessi collettivi, il cittadino si limita a pagare le tasse e ad osservare la legge. Il concetto di bene comune introduce invece una commistione di azione pubblica e privata per la tutela degli interessi della comunità, ovvero un proficuo disallineamento tra la custodia del bene e la sua proprietà.
Traendo spunto dalla c.d. “società liquida” teorizzata da Zygmunt Bauman, la democrazia partecipativa e la cittadinanza attiva vengono considerati come elementi di contrappeso all’incertezza della società moderna, causata dagli effetti della globalizzazione che minano alla base la coesione sociale su scala locale. E’ in atto infatti un processo epocale di ricostruzione della sfera pubblica e sociale, possibile solo a condizione che la società civile possa impegnarsi in una continua traduzione di ciò che è individuale in ciò che è comune. E per fare ciò deve poter esercitare poteri sociali, di gestione e risoluzione dei conflitti, collaborando con le istituzioni.
Non mancano certamente gli ostacoli al pieno realizzarsi di queste nuove forme di partecipazione, determinati non solo dalla frammentarietà e dal carente coordinamento all’interno dell’amministrazione pubblica italiana, causa di frequente rimbalzo di palla tra un ente e l’ altro, ma anche dalla riluttanza di alcuni funzionari, comodamente adagiati sul classico sistema bipolare ottocentesco sopra richiamato, secondo i quali ciò che non è espressamente consentito e delimitato dalla legge è per ciò stesso vietato (“complicato”, quindi vietato; sbrigativamente “non si può fare”).
Ebbene, l’ordinamento italiano si è aperto già quindici anni fa ai nuovi scenari, con la riforma del Titolo V della Costituzione e l’introduzione del principio di sussidiarietà, verticale e orizzontale. In particolare l’ultimo comma dell’articolo 118 dispone che “Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà”. Il cittadino, sia come singolo sia in forma associata, deve vedersi riconosciuta la possibilità di collaborare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidono sulle realtà sociali a lui più vicine, al fine di rendere più efficace la capacità di risposta delle istituzioni ai bisogni della collettività.
E’ innegabile che i nuovi spazi di intervento nella vita pubblica dati dalla sussidiarietà intimoriscano politici, funzionari, amministratori. Sebbene l’Italia sia l’unico Paese in Europa a garantire il principio di sussidiarietà a livello costituzionale, di cittadinanza attiva se ne parla poco e nei termini di una questione non rilevante al di là del livello locale.
Fa ben sperare il fatto che, accogliendo le forti spinte dal basso, molte amministrazioni in Italia si siano già dotate di un regolamento che disciplina e incentiva la collaborazione tra cittadini ed enti per la cura e la rigenerazione dei beni comuni, per la gestione di spazi pubblici, per la progettazione condivisa.
E’ tempo di aprirsi. E’ tempo di sperimentare.
Fanno ben sperare nel nostro territorio le numerose realtà che si dedicano al volontariato e tutte quelle battaglie in atto – molte delle quali all’interno del Patto di Fiume Simeto e del Presidio Partecipativo – per il riutilizzo di beni pubblici abbandonati (ad esempio la tratta ferroviaria tra Regalbuto e Motta), per la costituzione di una rete di agricoltori biologici, per la collaborazione tra associazioni e scuole, per la nascita di comitati di quartiere, per la valorizzazione e il recupero di piazze quali luoghi di aggregazione.
Piazza Mercato ad Adrano ha avuto i riflettori accessi per qualche anno, fino al 2014. Si è imposta come luogo di aggregazione attorno alla musica e alle arti, anche in occasione delle manifestazioni estive comunali. Si è trattato dei primi passi lungo un percorso dalle innumerevoli potenzialità. Si è trattato di un unicum nella storia di Adrano e non solo. Chi c’è stato lo sa. E’ diventata un simbolo, che non può essere reso inagibile.
E’ ammissibile fermare o rallentare questo percorso?
L’associazione La Locomotiva coglie l’occasione per rinnovare la richiesta, protocollata nel settembre 2015 insieme a trecento firme raccolte, per la ristrutturazione della stessa, dal 2015 inidonea ad accogliere manifestazioni musicali e teatrali a causa del degrado della struttura, e per la creazione di un Protocollo di intesa tra i soggetti pubblici e privati che vi operano.
Vanessa Aiosa

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