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Da Nizza a Istanbul: la furia islamista che distrugge le libertà – di Alex Minissale

da nizza a istanbul

Il Daesh funge da centrale operativa, da avamposto militare più che da effettiva entità statuale: ha brevettato una forma inedita di integralismo islamico, denazionalizzato e destrutturato. Si tratta, per dirla con Baumann, terrorismo liquido, di iniziative individuali determinate dalla radicalizzazione online di emarginati, impiegati, studenti benestanti e menti deboli, supportata da una struttura logistica minima e talvolta perfino assente – mentre non è inedito nella metodologia adottata a Nizza, mutuata dal terrorismo palestinese, e cioè dalla cosiddetta “car intifada”: mezzi di trasporto lanciati a tutta velocità su assembramenti di civili israeliani.

Anche la strage di Monaco, inizialmente, sembrava fosse un ulteriore macabro déjà-vu, ma stavolta il precedente è completamente diverso: la matrice del massacro di Monaco, nel ’72 (quando undici atleti israeliani furono torturati anche sessualmente e assassinati da un commando di terroristi palestinesi), era nazionalista, “laica”, ben lungi dal cocktail d’instabilità mentale e frustrazione dell’attentatore di ieri – sembra addirittura che questi si sia ispirato ad Anders Breivik, il cavallo di battaglia prediletto dei negazionisti islamofili adusi a ridimensionare qualunque attentato di matrice islamista con «e allora Breivik?».

L’unico filo rosso che lega le due vicende è l’inadeguatezza delle forze dell’ordine tedesche, ma l’indizio è inequivocabile: il terrorismo, di qualunque matrice, se non si può debellare integralmente lo si può comunque arginare “israelizzando” l’Europa, l’Occidente, cioè militarizzando permanentemente le metropoli, potenziando l’intelligence e adeguando all’attuale stato d’emergenza le garanzie costituzionali previste da tutti gli ordinamenti occidentali a tutela dei cittadini di qualunque fede: lo stato d’emergenza sussiste in quanto è di una guerra che si tratta, per quanto post-moderna, per quanto priva, cioè, del tradizionale principio di frontalità (nazione contro nazione). Sul piano politico-culturale, poi, è stata empiricamente dimostrata, più volte, la fallacia della visione marxista-positivista secondo cui è la povertà a determinare la radicalizzazione degli jihadisti, né risulta attendibile – nello schieramento opposto – chi ascrive alla secolarizzazione (e al conseguente nichilismo) dell’Occidente tutto la causa principale dell’attuale deriva terroristica: il male, per dirla con Hannah Arendt, è banale, cattura indiscriminatamente l’impiegato depresso e lo studente borghese, attratti – il più delle volte – da una visione della vita (o della morte) palingenetica, in Paesi in cui la cultura e la mentalità liberal-democratiche faticano a sedimentarsi o sono in lieve ritirata. Per questo occorre avviare una poderosa “propaganda della libertà” che fortifichi la nostra identità occidentale, ad oggi assai sbiadita.

Se il Corano, in Turchia, fornisce il documento normativo, nonché la giustificazione ideologica – o meglio: teologica – della repressione controgolpista e della radicalizzazione teocratica e totalitaria dell’assetto “democratico”, è perché ciò ha l’avallo implicito di una parte maggioritaria del popolo. Se, come nella stragrande maggioranza dei Paesi del Vicino e Medio Oriente, la visione laica e liberal-democratica delle istituzioni è estranea alla mentalità prevalente, allora è facile che, entro il quadro di una democrazia formale, le istituzioni vengano sostanzialmente monopolizzate da partiti e capi religiosi adusi a bypassare sistematicamente costituzioni e diritti umani. Ci si è chiesto a lungo chi avesse ragione, in Turchia, tra il presidente Erdogan e i militari golpisti – e in realtà ognuno aveva le proprie, di ragioni: se, sulla scia di Atatürk, i militari che hanno ordito il golpe volevano ri-modernizzare e laicizzare coattivamente una democrazia ancora una volta involutasi in un regime illiberale, il tentativo è stato moralmente e politicamente legittimo (proprio A. De Tocqueville, uno dei padri fondatori del liberalismo, sosteneva la legittimità dell’imposizione coatta, militare, della democrazia liberale – apparentemente una contraddizione – laddove i popoli sono “immaturi”); dall’altro lato, «le coniurazioni fallite rafforzano lo principe e mandano nella ruina i coniurati» (N. Machiavelli), dunque “bene” fa Erdogan ad adottare una condotta simil-nazista nella repressione dei golpisti – purché abbandoni la pretesa di entrare a far parte dell’UE e purché, soprattutto, gli organismi internazionali, così attenti alle violazioni dei diritti umani in stati tutto sommato “vivibili” come Israele o anche l’Italia, si esprimano duramente contro tale deriva totalitaria, così come l’establishment mediatico-culturale sino ad adesso taciturno.

Ad ogni modo, la reazione di Erdogan è l’ennesima dimostrazione che chi insistentemente obbietta di separare il piano politico da quello religioso ha torto: l’islam è una religione strutturalmente teocratica, motivo per il quale i due piani sono perfettamente sovrapponibili.

Più complesso, in ogni caso, è il discorso in termini di politica estera: taluni sostengono che l’attuale status quo sia figlio dell’interventismo di Bush&Blair all’indomani dell’attentato al World Trade Center; altri che la deriva terroristica sia figlia dalla politica prevalentemente attendista adottata da Obama e dagli altri leader occidentali. Anche relativamente alla situazione in Turchia si fatica a trovare una linea unitaria, fra chi spinge per ostracizzare Erdogan e chi sposa le ragioni della realpolitik – s’è riproposta, in altri termini, la solita dicotomia fra etica dei principi ed etica della responsabilità (M. Weber), come con la Russia e con altre decine di Paesi nei quali i diritti umani sono poco più che una barzelletta.

Saranno le elite dirigenti – occorre puntualizzarlo, oggi che il feticismo per la democrazia diretta va per la maggiore – a valutare costi e benefici di qualunque decisione e agire di conseguenza, ai popoli occidentali non resta che imparare a convivere col terrore e pretendere dal musulmano della porta accanto di essere solerte, nel prendere le distanze da chi uccide in nome di Allah, almeno la metà di quanto lo sono gli italiani nel prendere le distanze da chi intona cori razzisti o uccide mosso da un sentimento xenofobo.

Alex Minissale

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