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Democrazia Partecipativa e Costituzione Italiana: analisi e prospettive (Parte I)

L’incontro organizzato nell’ambito delle attività della cattedra Jean Monnet, presso l’Aula Magna della facoltà di Giurisprudenza di Catania, è stato una preziosa occasione di confronto tra studiosi di Diritto Costituzionale, Scienze Sociologiche ed economiche, stakeholders locali e cittadini.

Assodata la crisi della democrazia rappresentativa ci si è chiesto se un valido “ricostituente” possa essere rappresentato dagli istituti di partecipazione riconosciuti dagli statuti comunali o  se a risultati ancor migliori possano condurre quelle esperienze di democrazia partecipativa nate dal basso, come quelle illustrate in corso di convegno (mi riferisco al progetto SpeDD di Novara, o al locale “Catania Source”.

La forte crisi economica, i tagli dello stato sociale, i rapporti umani  connotati da quella che il sociologo Z. Baumann definisce  “liquidità”, sono altri fattori critici da tenere in debita considerazione.

 

In apertura è stato il vice-sindaco di Catania Marco Consoli a introdurre le vicende che hanno portato a rendere finalmente operativi gli istituti di partecipazione civica (dir. d’udienza, dir. petizione,dir.referendum) su temi di interesse generale già dal ’95 contemplati nello statuto comunale di Catania, ma carenti fino al 2010 di applicazione per mancanza dei regolamenti.

Sempre nella città etnea è del  2012 l’indizione  dello sportello “Smart Cities” per realizzare tre progetti finanziati con 60 milioni di euro.
“i servizi  finanziati dal Miur sulla scorta di un avviso pubblico formalizzato da una delibera della giunta Stancanelli del 27 aprile 2012, riguardavano nuove modalità di erogazione dei servizi della Pubblica Amministrazione al cittadino su piattaforma informatica (mobilità verde, partenariato metropolitano, utilizzo di una convenzione già operativa tra AMT,Università e FCE); la gestione del patrimonio culturale, anche in relazione al “Distretto del Barocco” con modernissimi sistemi informatici per valorizzare in chiave turistica i nostri tesori artistici; la razionalizzazione energetica (reti elettrica, idrica, gas) per ottimizzare i costi e migliorare i servizi in termini di qualità.

Nell’immediato futuro, la  città metropolitana di Catania con il seguito dei 58 comuni e oltre che graviteranno amministrativamente intorno ad essa potrebbe allargare sempre più il paradigma partecipativo sopra tracciato.

Il dott. Andrea Patanè, in ottica performativa del modello ha sottolineato come fino adesso si siano poco esplorate, da parte degli enti comunali,  le potenzialità che stanno dietro l’art. 8.co 1 del Testo unico sugli enti locali laddove prevede anche “forme diverse di partecipazione”.

Sul piano degli incentivi alla “partecipazione” l’avanguardia in ambito nazionale è costituita dalla regione Toscana, dove vige un sistema di trasferimenti finanziari verso i Comuni che sono peraltro obbligati a dar seguito a tali azioni.

L’intervento provocatorio del Prof. Cariola, ha invece palesato una posizione di forte scetticismo di fronte a queste soluzioni alternative al modello della delega democratica, argomentando dall’analisi del dato socio-costituzionale e poi soffermandosi sul fenomeno del potere e della sua istituzionalizzazione.

La norma per eccellenza (super-norma), che si occupa della partecipazione nella nostra carta costituzionale è rappresentata dall’art 3. co 2, principio di eguaglianza sostanziale; segue l’art. 49 dedicato ai partiti, dai quali la vita politica e sociale  italiana della prima repubblica è stata connotata nel bene o nel male, e  il quasi inattuato art.46 (solo negli anni 70 del secolo scorso emissione di azioni senza diritto di voto nelle società quotate,sic!) sulla partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese (norma di retaggio dell’economia corporativa), smentita nei fatti dal prevalere nella società industriale della logica del conflitto.

La crisi di questo modello ha assunto una connotazione spiccatamente antipartitica; gli albori di questa manifestazione furono dovute alle ondate  referendarie (abrogative) propalate dall’allora (1977) forza extra-parlamentare costituita dai radicali, per la verità respinte negli esiti fino al famoso referendum sul nucleare del 1987.

A dire di Cariola, il referendum abrogativo pertanto ha rappresentato  restringimento  della democrazia poiché ne ha soffocato “le voci” restringendo l’espressione ad una scelta vincolata o peggio ad un plebiscito nei confronti del potere del soggetto che formula il quesito – vedere interpretazione dei  sociologi degli anni ‘20 del secolo scorso in Germania, Weber e Smith.

Insomma come diceva la sentenza del conservatore liberale Paladin del ’78 trattasi di strumento di legittimazione ma anche di sostanziale deresponsabilizzazione in merito all’assunzione della responsabilità della decisione.

In seconda battuta Cariola si è posto l’interrogativo se viene prima il potere o la responsabilità: il caso italiano con 50 anni (DC) di democrazia bloccata pare non lasciare dubbi sul punto.

Il potere nel suo dispiegarsi è sovrano: è poi la logica costituzionale a valorizzare la responsabilità con il meccanismo delle elezioni.

Per la verità oggi sopra questo meccanismo aleggia il carattere tecnocratico delle decisioni “ineluttabili”: in Italia si partì con quelle della Nato  degli anni ’70 che imposero in territorio italiano la base di Comiso; successivamente quella di Ciampi per l’entrata nell’euro; il paradosso per certi versi è che oggi lo spazio di decisione è ridotto al lumicino dai ragionieri di Bruxelles o del Lussemburgo.

Che la decisione ottimale risieda nella “Democrazia a sorte”- contro le elezioni-?  titolo di un recente elaborato scritto tra gli altri dal Prof. di economia Maurizio Caserta.

A rinfocolare il filone dei “partecipazionisti” ha allora contribuito il dott. Davide Servetti che ha cominciato a illustrare le premesse della nascita del progetto speDD a Novara, sorto dall’iniziativa dell’associazione territorio e cultura Onlus, dall’Università del Piemonte Orientale, e sposato dalla fondazione Cariplo.

È il metodo deliberativo la base dell’avanzata progressiva di questa democrazia “lenta” di quartiere; le tappe sono quelle dell’analisi-discussione-assunzione di responsabilità. Si gioca d’equilibrio tra autonomia e collaborazione con l’amministrazione locale, in un quadro di redistribuzione di responsabilità che innova il tradizionale schema bipolare interesse pubblico-privato…. (continua)

Pietro Benina

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