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Il commerciante al dettaglio: una figura in via di estinzione – Blog Galante

negozio vuoto

Vorrei agganciarmi a quanto rilevato in uno studio della Confesercenti nel quale si rilevava che circa il 25% dei locali commerciali in Italia sono liberi, che in alcune zone questa percentuale raggiunge il 40 %, e che dal 2012 sono state oltre 300 mila le piccole aziende che hanno cessato la propria attività. Chi pensa a loro? Nessuno. I commercianti godono della folle nomea di coloro i quali se la cavano sempre, ricchi, evasori fiscali. Quando chiude un negozio il pensiero ricorrente è “chissà dove sarà a spendere i soldi che ha guadagnato finora?” Niente di più sbagliato, niente di più assurdo.
Da molto tempo non credo più alle cifre “ufficiali” sull’economia, più precisamente da quando con l’entrata in vigore dell’euro i prezzi finali quasi raddoppiarono in breve tempo a fronte di un aumento ufficiale dell’inflazione di qualche punto percentuale, quindi non credo all’aumento di uno zero virgola dei consumi o di una ripresa dello zero virgola dell’economia ed anche se fosse vero nella realtà di ogni giorno non si nota assolutamente. Non ha alcun effetto. Vivo a continuo contatto con commercianti di tutta Italia e la realtà è che in questo Paese le prospettive del commercio al dettaglio non migliorano e, ancora per un pezzo, non miglioreranno.
Perché?
Perché c’è ancora una forte crisi dei consumi dovuta sia alla mancanza di denaro nelle tasche dei contribuenti sia alla sfiducia nel futuro.
Perché le assunzioni del jobs act sono state di fatto un fallimento. Si voleva creare nuova occupazione anche per rilanciare i consumi ma in realtà i nuovi assunti (pochi) sanno bene di essere facilmente licenziabili, non si sentono sicuri, quindi non spendono e, quando possono, risparmiano.
Perché le banche hanno chiuso i rubinetti e non prestano denaro alle piccole imprese. Ho assistito io stesso al rifiuto di 5000 euro di scoperto di conto al titolare di una pizzeria, poi mio cliente, sposato, con casa di proprietà senza mutuo e senza alcun tipo di problema bancario.
Perché la pressione fiscale è folle. Tra imposte e contributi si arriva talvolta a superare il 50-60% del reddito dichiarato.
Perché non c’è certezza del dovuto. Capita sempre più spesso di vedersi recapitare un avviso di pagamento riguardante anni addietro per un ricalcolo di un’aliquota o per un accertamento presuntivo.
Perché la gente si sta rendendo conto che chi andrà in pensione tra 20-25 anni con questa assurdità di sistema contributivo puro, poiché per molti anni non ha potuto versare i contributi causa crisi e relativa disoccupazione, percepirà una pensione da fame quindi tenta di risparmiare.
Perché la grande distribuzione è ormai onnipresente. In alcune province, penso ad esempio a Brescia, la quantità di centri commerciali ed ipermercati è sinceramente inverosimile.
Per non parlare del turismo in calo, delle condizioni di vivibilità nei centri urbani sempre più scadenti, della concorrenza, in alcune zone, ormai spietata degli abusivi e delle tasse sui locali commerciali sempre più alte che i proprietari “scaricano” sugli affitti aumentandoli oltre ogni ragionevolezza.
Cosa fa lo Stato per porre rimedio?
Sembra nulla. Sembra godere dell’estinzione dei dettaglianti che, come i panda, sono destinati a restare pochi, sistemati nei recinti, e destinati ad essere guardati quasi con tenerezza in ricordo dei bei tempi andati.

Luca Galante
Consulente Aziendale

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