Cultura

Il disagio scolastico al centro di “Fluenti spire”, il nuovo libro del prof. Cataffo

Da pochissimi giorni è in vendita il nuovo libro del prof. Fabio Cataffo, docente di scienze motorie e sostegno in una scuola secondaria di primo grado a Biancavilla. 

Abbiamo colto l’occasione per porgere al prof. Cataffo alcune domande che ci consentiranno di comprendere a pieno le tematiche affrontate nel suo testo, frutto di numerosi anni di esperienza.

Prof. Cataffo, da dove nasce l’idea di scrivere questo libro?

“L’idea di pubblicare questo mio lavoro germoglia dall’intento di esaminare gli angoli più bui e sommersi del disagio scolastico, dove i protagonisti sono tutti quei vissuti che gravano decisamente sui processi di maturazione ed inclusione sociale di molti giovani alunni, in special modo quelli che nel nostro ambiente definiamo “non certificati”.

Il libro nasce dunque dall’esperienza quotidiana e diretta che ho maturato nel corso degli anni grazie alla mia professione, che se da un lato mi ha permesso di riconoscere ed ammirare la ragionevole volontà attraverso cui molti colleghi interagiscono con gli alunni in situazioni di notevole svantaggio socio-culturale, dall’altro mi ha consentito di scorgere anche la totale assenza di partecipazione affettiva e l’assoluta risolutezza di molti altri docenti, sia nei confronti del disagio scolastico che di quello giovanile, in genere.

Caro Direttore, solitamente chi scrive si appropria della vita degli altri e la adatta alle proprie esigenze. In Fluenti spire, invece, ho fatto esattamente l’opposto, e cioè adattarmi io, come docente e come scrittore esordiente, alle reali esigenze di quanti vivono l’esperienza scolastica con intenso malessere e quindi in totale disarmonia, diniego e rigetto.” 

Ci spiega il significato del titolo?

“A me capita spesso in libreria di girare tranquillamente finché non mi salta agli occhi il titolo di un libro che cattura la mia attenzione. Allora cosa faccio? Lo prendo in mano, lo sfoglio e, se mi convince, lo compro. Ciò che intendo dire è che il titolo di un libro è il primo contatto con il lettore: può creare un amore a prima vista o un rifiuto istintivo. Certo, non sempre si può inventare un titolo che “buchi” gli scaffali delle librerie, ma sceglierlo appetibile ed ammiccante fa spesso la differenza. Per questo motivo ho preferito un titolo forte ed affascinante, ma allo stesso tempo breve, memorizzabile e soprattutto originale. La sofferenza e l’insoddisfazione, la frustrazione e la delusione, lo sconforto e l’alienazione, la demotivazione e la radicale flessione nel rendimento, fino ad arrivare alla dispersione e al dropout, vale a dire all’abbandono scolastico. Ecco svelato allora cosa sono le Fluenti spire: un’ampia molteplicità di circostanze sfavorevoli che espongono lo studente al rischio di menefreghismo, fallimento e distacco. Un fluire copioso che spesso trasborda in una spirale di condotte eversive, fino ad infrangere le regole giuridiche, morali e sociali della comunità in cui si vive.”

A chi si rivolge, in particolare, con questa pubblicazione?

Agli insegnanti capaci di vedere il futuro, mettendo in discussione ciò che si sa, o si crede di sapere. Ai genitori che non si arrendono mai e a tutti gli operatori di qualsivoglia agenzia educativa che hanno interesse per chi ha perso la voglia di studiare e frequentare la scuola con trasporto e complicità. Ma anche a chi, semplicemente, vuole viaggiare attraverso un buon libro. A tal proposito, mi permetta di ricordare che è già disponibile sul sito della casa editrice, all’indirizzo https://www.edizionidialoghi.it/negozio/-p205957945  e sui principali store online.”

Lei affronta il problema del disagio degli studenti e nel libro afferma di numerosi casi in cui i problemi non hanno nessuna certificazione specialistica, non potendo contare quindi di alcun supporto specifico da parte della scuola. Si tratta di ragazzi che vengono abbandonati a loro stessi?

“In realtà, negli ultimi anni all’interno delle nostre classi, già di per sé affollate, si assiste ad un aumento considerevole di studenti che, nonostante non rientrino sotto l’etichetta di una malattia clinica certificabile, hanno comunque bisogno di una speciale attenzione per una varietà di ragioni.

Mi riferisco a tutti quegli alunni che quotidianamente palesano modi di fare disfunzionali e controproducenti che non gli permettono di vivere con fiducia, appagamento e serenità, le diverse attività didattiche proposte dai rispettivi insegnanti, avvalendosi con successo delle proprie capacità cognitive, affettive e relazionali. Ma voglio essere ancor più chiaro: sto parlando di condotte che fanno riferimento all’eccessiva disattenzione, agli atteggiamenti prevalenti di rifiuto che rendono insofferente il rapporto con i docenti e all’assoluta carenza di spirito critico. Condotte che, però, non sono ascrivibili ad una particolare diagnosi medica come accade, ad esempio, per i Disturbi Specifici di Apprendimento o le molteplici disabilità, rispettivamente regolamentati dalle Leggi 170 dell’8 ottobre 2010 e 104 del 5 febbraio 1992 (Legge-quadro).

A onor del vero, le recenti disposizioni ministeriali sugli alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES) hanno suscitato un vivace dibattito dentro e fuori la scuola. Ciò nondimeno, per chi non ha ben chiara la normativa e le sue disposizioni, il rischio di medicalizzare dei semplici problemi educativi o di etichettare delle normali differenze individuali è piuttosto alto.

Mi permetta di ricordare che l’espressione Bisogni Educativi Speciali fa riferimento all’emanazione della Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012, il cui focus mette in luce il diritto che tutti gli alunni con BES hanno di avere accesso a una didattica individualizzata e personalizzata. Tornando alla sua domanda, in effetti il supporto specifico da parte della scuola c’è! E le dirò di più! Ci sono le strategie, le indicazioni operative, l’impostazione delle attività di lavoro, i criteri di valutazione degli apprendimenti e, per non dilungarmi, anche i criteri minimi attesi. Vede Direttore, tutte queste “buone intenzioni” trovano definizione all’interno del Piano Didattico Personalizzato (PDP) dell’alunno, la cui stesura deve sempre collocarsi all’interno di un preciso Piano Annuale per l’Inclusività (PAI). Ma al di là delle Leggi, delle Direttive e soprattutto dei sempre più esorbitanti acronimi (PIA e PAI giusto per essere al passo coi tempi!) la domanda chiave rimane sempre la stessa: “Didattica o Didatticismo?”.  Il mio parere è che le criticità maggiori riguardano la formazione degli insegnanti, i quali sempre più spesso si trovano a interagire con alunni che presentano “disturbi” di cui sanno troppo poco. Non si chiedono competenze da medici, ma a mio avviso se si vuole insegnare qualcosa a Gabriele si deve per forza sapere come funziona Gabriele… Altra palla al piede del nostro sistema di inclusione

scolastica è l’abitudine, ancora molto diffusa, a delegare il problema ai pochi addetti ai lavori, mentre parecchi insegnanti si considerano autorizzati a lavorare solo su una ipotetica “normalità”. Manca infine una reale responsabilità sul raggiungimento dei risultati: “Questi ragazzi hanno veramente imparato in base alle loro potenzialità?”. Sembra che nessuno possa mai dirlo con certezza.”

I ragazzi spesso manifestano il proprio disagio con atteggiamenti negativi, di palese ribellione, di scarsa capacità di inclusione con il gruppo dei coetanei e che in alcuni casi possono innescare episodi di violenza. Come si può instaurare un dialogo educativo in questi casi? Quali “ingranaggi” muovere, per usare un termine che appare sul suo libro?

“Le rispondo senza indugio e con schiettezza: ascolto attivo ed empatia nella relazione educativa. Ecco quali sono per me i due ingranaggi essenziali da muovere in classe per decifrare e gestire non solo le dinamiche individuali ma anche quelle di gruppo. Vede, ogni classe si configura come un insieme strutturato su due livelli: il livello formale, che è razionale, caratterizzato dal raggiungimento di obiettivi didattici, ed il livello informale, che è emotivo, con prevalenti finalità relazionali e di socializzazione. Non sempre esiste un equilibrio fra queste due configurazioni e allora le due parti possono entrare facilmente in conflitto, costituendo un serio ostacolo per l’inclusione di tutti e di ciascuno.

La scuola non è solo il luogo dove si impara, ma è anche l’ambiente in cui dobbiamo far entrare le nostre emozioni, la nostra esperienza e il nostro vissuto. A volte noi insegnanti corriamo il rischio di non riuscire a decodificare messaggi indiretti mandati dagli alunni, magari sotto forma di veemenza ed ostilità. La capacità di ascolto attivo e di comprensione delle dinamiche di gruppo, e la disponibilità a mettersi in gioco, devono essere le nostre reali competenze. Se vogliamo veramente instaurare un dialogo educativo con i nostri alunni, per prevenire ed arginare quei vissuti di disagio che, come giustamente dice lei, possono innescare episodi di violenza, beh allora bisogna mettersi in testa che ogni alunno va compreso nella sua unicità e irripetibilità. Le difficoltà non devono scoraggiarci ma, anzi, motivarci maggiormente a mantenere un atteggiamento di apertura, poiché solo la nostra umanità esperta può determinare una relazionalità autentica, ricca di tensioni affettive. Riveliamo agli studenti il nostro vero volto umano, incoraggiamoli e stimoliamoli tenacemente nel loro cammino di scoperta e conoscenza di sé.”

Progetti per il futuro?

“Beh! Il primo sarà quello di riservarmi un po’ di tempo per festeggiare il traguardo di questo mio secondo libro. Dopodiché, con una buona dose di coraggio mi avvicinerò alle frontiere dell’ignoto, tentando di intuire quali scenari si stanno delineando in campo socio-culturale a seguito dello stato emergenziale attualmente in vigore. Caro Direttore, fare progetti credo sia la forma più saggia per affrontare il domani, ma le confido che prima mi servirà capire come si trasformerà il nostro modo di rapportarci alla realtà che ci circonda. Non mi abbandonerò di certo alla nostalgia del passato, né stazionerò in un perpetuo presente. Per usare un linguaggio sportivo, diciamo che ricomincerò dai miei fondamentali, ovverosia dal mio motto di vita, un principio di condotta che custodisco da sempre: “Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est”. Una frase di Seneca che, in senso letterale, potrebbe essere tradotta così: “Per chi non sa verso quale porto è diretto, nessun vento è favorevole”. Con questo non voglio dire che nella vita si debba programmare sempre tutto fino all’ultimo dettaglio. Anzi. Più accumulo esperienze, più mi rendo conto che la superprogrammazione è inutile e in certi casi perfino dannosa. La vita sa sorprenderci con imprevisti e colpi di scena e un’impostazione troppo rigida non solo non potrebbe gestirli, ma non saprebbe nemmeno coglierne il lato positivo. Tuttavia, rientrando nella metafora nautica, per me scrivere un libro è come un marinaio che si appresta a salpare. Se parte senza sapere dove vuole andare o senza informarsi sul bollettino meteo, nel migliore dei casi farà un giretto al largo mantenendosi a vista della costa, e poi rientrerà in porto; nel peggiore dei casi, invece, si allontanerà troppo, perderà l’orientamento e vagherà alla deriva. Se, all’opposto, sa dove vuole andare, potrà impostare il timone, aspettare il vento migliore per partire e assestare la rotta strada facendo.

So che mi sto dilungando troppo e che adesso serve una risposta più semplice e franca, magari un po’ più ingenua. Quindi rispondo subito alla sua domanda con molta sincerità: continuerò a scrivere, finché mi appassiona non mi fermo. Non per un concorso letterario o per inseguire il sogno di vivere con la scrittura. E nemmeno per diventare famoso. Per quello necessita tanta roba, a partire dalla tecnica e dal talento. Continuo semplicemente per far leggere al pubblico le mie idee. Sto pensando già al seguito di Fluenti spire, ho già pronta in testa tutta l’impalcatura, archiviato appunti, materiale fotografico e altri documenti. Ma come ho già detto, è nel mio stile di vita non avanzare a tentoni. Sarà una storia reale, non anticipo altro.” 

In chiusura, dedica un prezioso messaggio ai suoi colleghi. Le andrebbe di condividerlo con i nostri lettori?

“Certo che sì! Direttore, essere allenatore di calcio mi ha agevolato molto negli anni nell’intendere la condivisione come la partecipazione comune ad un progetto o, come spesso dicevo ai miei giocatori negli spogliatoi prima di entrare in campo, come una tensione d’insieme, un’esperienza che affratella. Se mi è concesso, è proprio questo lo spirito con cui condivido le ultime parole di Fluenti spire con i lettori della Gazzetta Catanese.”

Senza voler moralizzare l’umanità, poiché non posseggo né la statura morale, né l’autorità e né le virtù per farlo, lascio un consiglio a tanti colleghi. Se avete davanti uno studente bisognoso, privo di mezzi, che vive la scuola in condizioni precarie e disagiate, guardatelo negli occhi, pensate intensamente alla disciplina scolastica che insegnate e chiedete a voi stessi: “Bene, questo ragazzo ha delle difficoltà, ma anche delle qualità. Cosa della mia materia posso dargli in dono?”. E donateglielo! 

 

 

NOTE SULL’AUTORE

FABIO CATAFFO è nato a Catania il 4 luglio 1969.

Dal 1991 docente di Educazione Fisica e Sostegno nella scuola media, oltre ai molteplici corsi di formazione, perfezionamento ed aggiornamento, ha conseguito il Diploma di Specializzazione biennale post-lauream “Metodologie didattiche sulla disabilità”. In qualità di Esperto esterno, ha svolto l’attività di docente nei progetti PON realizzati da svariate scuole primarie e secondarie di I e II grado. Inoltre, per diversi anni è stato referente del Centro Sportivo Scolastico, in quanto allenatore di calcio abilitato UEFA-B.

Autore del libro “Il cuore nelle scarpette” (pubblicato nel 2011 da Arduino Sacco Editore) ha maturato, tra i banchi di scuola e nei rettangoli di gioco, innumerevoli ed apprezzabili esperienze che ha sempre custodito meticolosamente e con amore. Col tempo, quelle stesse esperienze sono diventate considerevoli spunti di riflessione. 

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