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Le conseguenze ignote di un referendum inopportuno – di Alex Minissale

È curioso che un abuso di democrazia diretta abbia innescato un cortocircuito di portata internazionale giusto nella patria della democrazia rappresentativa. Il vento antiestablishment soffia ovunque in Occidente e viene capitalizzato, in ogni singolo stato, da partiti politici più o meno eversivi: l’inflazione di referendum – o, com’è stata battezzata qualche mese fa dall’Economist, la «referendumania» – è un effetto collaterale delle pulsioni populiste che ovunque inquinano il dibattito pubblico.

Era dunque opportuno sottoporre a referendum una decisione così complessa che, qualunque fosse stato l’esito, avrebbe traghettato il Regno Unito verso l’ignoto? Il premier inglese ha indetto il referendum proprio per ridimensionare suddette pulsioni, per poi fare campagna per la permanenza del Regno Unito nell’Ue: una mossa rivelatasi fallimentare sul piano strategico e assai discutibile su quello squisitamente politico.

Gli elettori che si sono recati alle urne hanno fatto una scelta irresponsabile – tale è, in senso letterale, una scelta quando chi la compie non è consapevole delle conseguenze cui va incontro: nessuno, cioè, neanche il più credibile dei columnist o degli accademici anglosassoni, aveva a disposizione elementi sufficienti per valutare costi e benefici – specie nel lungo termine – tanto dell’eventuale Brexit quanto dell’eventuale Bremain.

Hanno tutti votato obbedendo a pulsioni emotive – questo è l’esiziale vulnus cui si va incontro subordinando la democrazia rappresentativa a quella diretta, ossia la partecipazione alla mobilitazione: lo strapotere della propaganda –, non per nulla il 75% degli under 25 ha scelto di rimanere a fronte del 61% di over 65 che ha fatto la scelta opposta: i beneficiari dell’erasmus contro i reduci della seconda guerra mondiale e la loro mentalità permeata di nazionalismo primonovecentesco.

Altrettanto irresponsabile – giusto per tornare alla «referendumania» – è stata la scelta compiuta dagli elettori greci in occasione del referendum sulle politiche di austerità dell’Unione Europea, tant’è che il primo ministro Tsipras ne sovvertì l’esito accettando poi l’accordo coi creditori internazionali (di quel referendum, in fin dei conti, non resta altro che l’atmosfera rivoluzionaria, neoguevarista che in quei giorni si respirava ad Atene, prontamente strumentalizzata dagli esponenti della residuale sinistra post-comunista italiana, che vi allestirono parecchi défilé).

Ciò detto, la Gran Bretagna (l’Inghilterra nello specifico, sebbene proprio lì si sia registrato un boom di leave) è responsabile della civilizzazione dell’intero Occidente più di quanto non lo sia qualunque altra nazione. La Gloriosa Rivoluzione del 1649-1689 – che, insieme alla Rivoluzione americana e a quella francese, segnò il definitivo superamento dell’assolutismo statuale – ci hanno fornito, fra gli altri, il Bill of Rights e l’Habeas Corpus Act, capisaldi sui quali si fonda la moderna liberaldemocrazia. Già nel 1215 la Magna Charta Libertatum, forse il documento storico più straordinario in assoluto, codificava i diritti dei sudditi inglesi relativi alla libertà personale e alla difesa del patrimonio.

In altre parole, il Regno Unito uscirà forse dall’Unione Europea, ma non uscirà mai dall’Europa: osservando il tutto da questo punto di vista, la Brexit si configura come una contraddittoria e insensata pratica burocratica (oltreché lunga: secondo stime approssimative l’iter di recesso potrebbe durare dai due ai sette anni).

Oltretutto, i motivi per cui l’intero Occidente – e l’Europa a maggior ragione – non possono e non potranno mai prescindere dalla Gran Bretagna sono, oltreché storici e politico-giuridici, perfino culturali (e ci si riferisce, ovviamente, alla cultura di massa): l’influenza della musica e della letteratura inglesi nella formazione intellettuale e, più generalmente, umana d’intere generazioni di adolescenti europei è seconda solo a quella avuta dalla loro cultura nazionale.

Dopodiché è anche vero che l’Ue, per come si è strutturata nel corso degli ultimi decenni, è diventata quasi l’antitesi di quel che, culturalmente e politicamente, la Gran Bretagna rappresenta: si sono sfidati, alle urne, l’individualismo anglosassone – quella mentalità fortemente empirista che caratterizza le istituzioni politiche e soprattutto economiche britanniche – e l’individualismo continentale, di matrice tipicamente costruttivista (l’Unione Europea, in fin dei conti, altro non è che un’utopia costruttivista con anticorpi antitotalitari, coi suoi meriti e suoi demeriti).

Più generalmente, il deficit di democrazia interna e la sostanziale inerzia dell’Ue di fronte tematiche urgenti (compensata da un dirigismo burocratico invece assai puntuale e severo) ha alimentato un forte euroscetticismo – che trova eco, oltreoceano, nell’isolazionismo di Trump – oggi più che mai temuto: la Brexit potrebbe innescare un effetto domino disastroso, che l’Ue tenterà di scongiurare rinegoziando i rapporti commerciali con il Regno Unito (si vorrà dimostrare che l’uscita ha un prezzo elevato).

I pro Brexit nostrani festeggiano, oggi, la fortificazione dell’asse franco-tedesco, così subordinando l’interesse nazionale (proprio loro, sedicenti nazionalisti!) a quella propaganda antieuropeista tanto remunerativa in termini di consenso. Neanche loro, tuttavia, sono in grado di prevedere gli scenari che si delineeranno nei lustri a venire e che molto probabilmente determineranno un cambiamento in senso peggiorativo di studenti, turisti e lavoratori italiani che si trovano o si troveranno in Gran Bretagna.

Alex Minissale

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