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L’Italia “fossilizzata” al Piano energetico del 1988 e il referendum abrogativo sulle concessioni petrolifere marine, molto rumore per nulla?

petrolio

Probabilmente si, se si considera la limitatezza oggettiva delle conseguenze che potrebbero scaturire dal “Si” a questo referendum abrogativo.

Con il  quesito referendario di domenica gli elettori dovranno decidere se i permessi per estrarre idrocarburi in mare entro 12 miglia dalla costa (poco più di 22 chilometri da terra) debbano durare solo fino al termine della concessione. Oggi la legge prevede infatti che le concessioni abbiano una durata iniziale di trenta anni, prorogabili una prima volta per altri dieci, una seconda volta per cinque e una terza volta per altri cinque; al termine della concessione le aziende possono chiedere la proroga fino all’esaurimento del giacimento.

Solo le 21 delle 69 concessioni estrattive marine oggi operative che si trovano entro il limite di 12 miglia sono interessate al referendum: 7 in Sicilia e altrettante nel mar Ionio, 4 nell’Adriatico centrale e 3 in quello settentrionale. Le prime concessioni che scadranno sono ovviamente quelle degli impianti più vecchi, costruiti negli anni Settanta.

In pratica, se il referendum dovesse passare, quelle 21 piattaforme verranno smantellate una volta scaduta la concessione, senza poter sfruttare completamente il gas o il petrolio nascosti sotto i fondali. In caso contrario, non cambierà nulla.

Da considerarsi poi il (basso) contributo al fabbisogno italiano di idrocarburi (2015)  pari al 9,4 per cento per il petrolio e al 10,2 per cento per il gas. Disporre di queste risorse comporta una riduzione della “bolletta energetica” per un valore di circa 3,2 miliardi di euro.

Il punto centrale allora è se esiste un interesse del paese a sfruttare le pur non enormi riserve di idrocarburi presenti. Diciamo che non esistono paesi che, avendo fonti energetiche da sfruttare, decidano di dipendere al 100 per cento dalle importazioni. Per quanto riguarda quindi gli investimenti già fatti (o fatti in gran parte) sembra ovvio poter continuare a utilizzare le strutture esistenti e sfruttare i pozzi fino in fondo.

Piuttosto molto più importante sarebbe per l’Italia, in considerazione della pesante dipendenza energetica dall’estero, frutto anche delle non scelte del passato e della povertà di materie prime, adottare politiche energetiche di transizione che gradatamente permettano al paese di creare un’alternativa alle fonti fossili.  Segnatamente investire strutturalmente nelle fonti di energia alternativa, sfruttando i progressi della scienza, la diminuzione dei costi degli impianti, la maggior resa, il minor impatto ambientale nella produzione di anidride carbonica, principale elemento alla base dell’effetto serra mondiale e degli stravolgimenti climatici registratisi negli ultimi anni.

Altri Stati più previdenti, tipo la Germania hanno cominciato da almeno due decenni tale operazione, altri come la Francia, da ultimo, riconosciuto che “il gioco non val la candela”, stanno procedendo sulla strada del disimpegno dall’estrazione petrolifera marina, anche in ottica di salvaguardia del nostro Mar Mediterraneo, il quale per le sue caratteristiche di mare “chiuso”, in caso di disastro petrolifero risulterebbe inesorabilmente compromesso nella sua componente biologica.

La Sicilia se vogliamo è sottoposta a rischi ulteriori derivanti dal fatto che alcuni di questi impianti off-shore, posti nel canale di Sicilia,  sono quasi in prossimità di fondali interessati da fenomeni di frattura terrestre e vulcanismo di non poco rilievo, es. eclatante ne è l’isola di Lampedusa.

Conclusivamente a prescindere dagli esiti di questo referendum, urge un intelligente cambio di passo nelle politiche energetiche nazionali che non può essere ulteriormente posticipato.

Pietro Benina

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