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L’omofobia, l’antisemitismo e la nostra ipocrisia – di Alex Minissale

Il Giornale newspaper is seen on sale in a newsstand with Hitler's "Mein Kampf", in Rome Saturday, June 11, 2016. The conservative Milan daily Il Giornale
 has published Hitlers political manifesto Mein Kampf, angering Italys premier and the tiny Jewish community. (ANSA/AP Photo/Fabio Frustaci)

Sembra che, all’indomani di ogni strage islamista, l’urgenza più immediata dall’establishment mediatico-culturale occidentale sia quella di ridimensionare, se non addirittura di negare tout court, le responsabilità ideologiche della cultura islamica: stamane si fa un gran parlare della legislazione statunitense, ultra-permissiva in materia di armi, come se il problema fosse quello; se la strage, poi, viene perpetrata in Europa – dove reperire un’arma è più difficile ma, come in qualunque parte del mondo, non impossibile – allora la radicalizzazione dei carnefici è riconducibile all’esclusione sociale, al fallimento del welfare state, l’integralismo è inteso come effetto collaterale della mancata integrazione.

È curioso: sino a pochissime ore prima che giungesse la notizia della strage di Orlando il dibattito pubblico italiano si era arenato su una sterile e anacronistica polemica sulla distribuzione di un’edizione commentata del Mein Kampf (l’altro ieri in edicola, in allegato con Il Giornale). Allora un testo – e cioè una subcultura, un’ideologia –, per quanto residuale possa essere la sua carica criminogena, può essere pericoloso, può fomentare sentimenti di odio, può perfino armare la mano di chi lo prenda troppo sul serio? Allora se un assassino sterminasse decine di omosessuali urlando che «il terzo reich risorgerà!», le sue simpatie ideologiche rileverebbero poco, rileverebbero piuttosto le sue capacità reddituali o il livello permissività della disciplina giuridica sulle armi del Paese in cui ha la residenza, così come insegna la vecchia scuola positivista e, prima ancora, il materialismo storico marxiano, giusto?

Eppure si ha la percezione che, se la matrice ideologica di una strage è riconducibile all’estrema destra, l’intellighenzia sia solerte a individuare responsabilità culturali e mandanti morali tanto quanto lo è a deresponsabilizzare l’ideologia islamista ogniqualvolta il carnefice abbia legami con associazioni terroristiche.

Può dunque un testo armare i suoi lettori, può un’ideologia mobilitare i suoi adepti? Occorre fare dei distinguo, altrimenti si corre il rischio d’innescare imbarazzanti cortocircuiti.

L’unico modo per neutralizzare la pur irrilevante e residuale carica criminogena dei testi che ispirarono o propagandarono i totalitarismi novecenteschi (in verità già neutra: questi testi sono letti solamente da studiosi ed esibiti da adolescenti disadattati in cerca d’identità) è, paradossalmente, stimolarne la diffusione: qualunque forma di proibizionismo, com’è noto, finisce per sponsorizzare il prodotto proibito meglio di qualunque campagna pubblicitaria, a maggior ragione se si tratta di un prodotto culturale. In quest’ottica, la diffusione del Mein Kampf – che sia dettata da esigenze elettorali o biecamente editoriali – è sacrosanta.

Anche Il Capitale di Karl Marx – che pure gode di parecchia presentabilità sociale – ebbe responsabilità culturali assai significative nell’affermazione dello stalinismo; i totalitarismi di destra, fondati invece sul “primato dell’azione”, non necessitavano di un apparato teorico solido e articolato: in quei casi la cultura e gli intellettuali di regime avevano un ruolo più che altro esornativo (gli assetti politico-economici dei paesi che adottarono il fascismo erano infatti molto eterogenei). Cionondimeno, nessuno si sognerebbe di proporre di mettere al bando Marx – che è, giustamente, antologizzato in qualunque manuale di filosofia, a maggior ragione qui in Italia, la patria del teorizzatore dell’egemonia culturale.

John Stuart Mill sosteneva che il metodo più efficace per sradicare un’idea sbagliata o pericolosa è la confutazione pubblica: questa suona come una bestemmia in un Paese come il nostro, privo di una benché minima cultura liberale, non per nulla incline ad approvare leggi liberticide – come la recentissima legge sul negazionismo – che, sebbene motivate da intenzioni encomiabili, altro non sono che pasticci giuridici buoni tutt’al più per fare marketing politico.

Ma tanto la polemica sul Mein Kampf quanto suddetta legge sono sintomi di un fenomeno più generale e preoccupante: la divinizzazione degli ebrei defunti durante il secolo scorso come nullaosta morale per ignorare – o perfino supportare – l’antisemitismo contemporaneo, che si declina spesse volte in un’ostilità preconcetta e squisitamente ideologica per lo stato israeliano (beninteso: non per la linea politica adottata dall’esecutivo israeliano, ma per Israele in quanto tale).

Giusto ieri – ed eccoci al cortocircuito – al Gay Pride di Roma è stato esposto un cartello con la scritta “boicottiamo il turismo in Israele”: una posizione legittima ma irragionevole, essendo Israele il rifugio di numerosissimi omosessuali palestinesi altrimenti destinati all’impiccagione: si tratterà forse di una forma di sindrome di Stoccolma comodamente vissuta per conto terzi?

Qualche ora dopo è giunta la notizia della strage di Orlando, poi rivendicata dall’Isis: la furia islamista che ha animato i mandanti non è dissimile da quella posta a fondamento dell’azione politica di Hamas – in tema di libri, a Gaza è assai consigliata la lettura del Mein Kampf; è proibito, invece, il Diario di Anna Frank – cui tuttavia si ammicca ogniqualvolta si predica il boicottaggio dei prodotti israeliani.

Sino a oggi,la società civile e l’intellighenzia occidentali hanno preferito obbedire ai dettami dell’ideologicamente corretto, esercitando un antifascismo di maniera contro trascurabili fenomeni di folklore politico, adottando una linea intransigente con Israele – e perfino con la Chiesa Cattolica – a fronte di una politica di benevola indulgenza praticata con Stati Arabi dediti alla violazione sistematica dei diritti umani, assieme alla deresponsabilizzazione immediata e automatica di qualunque carnefice abbia ucciso in nome di Allah. Forse è giunto il momento di de-ideologizzare la nostra mentalità e approcciarsi al mondo in maniera meno aprioristica: in caso contrario, a farne le spese non potremo che essere noi stessi.

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