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Marco Pannella, il gigante – di Alex Minissale

Pannella

La biografia di Marco Pannella è la prova empirica che l’attivismo politico più efficace e più puro può – e talvolta deve – prescindere dalla militanza partitica.

Il Partito Radicale, per come lo impostò Pannella, fu l’antesignano dei partiti liquidi, deburocratizzati, in sostanza un non-partito: dotato di un’intelaiatura minima, era quasi privo della struttura organizzativa tipica dei partiti di massa (aveva pochissime sezioni), eppure riuscì a essere uno dei più determinanti nella storia dell’Italia post-unitaria, configurandosi più che altro come una «lobby riformatrice» (per dirla con Pietro Ignazi), un attore socio-politico quasi extra-parlamentare che pure riusciva a imporre temi prioritari nell’agenda politica nazionale – a débâcle elettorali sono spesso succeduti successi politici. Tutto ciò grazie alla leadership di Marco Pannella, il precursore per eccellenza, che per primo intuì le potenzialità della spettacolarizzazione della politica, spingendosi perfino a sublimare il proprio corpo a strumento di lotta non-violenta: i suoi frequenti scioperi della fame, il suo volto emaciato, il suo corpo cadaverico al termine di ognuno di essi – la denutrizione, talvolta, fu tale da spingerlo a pochi passi dalla soglia del decesso – sono l’esatto opposto dell’accidia, della negligenza, della perversione egoistica del politico tipico, e qualificano Pannella come un leader religioso più che politico – lo hanno ben sottolineato Vittorio Sgarbi e Massimo Introvigne (quest’ultimo ponendo l’accento, per l’appunto, sulla corporeità di Pannella), e ovviamente è di una religione secolare che si tratta, quella «religione della libertà» teorizzata da Benedetto Croce.

La condotta del Partito Radicale – dal 1962 in poi quasi interamente sovrapponibile alla sua figura, essendo la sua una leadership pressoché plebiscitaria – fu così estranea dalla logica della realpolitik da rasentare l’autolesionismo, quando non la schizofrenia: Marco Pannella ha sempre sacrificato l’opportunismo, la strategia, per la coerenza, sicché – giusto per dirne una, forse la più clamorosa – dopo aver per lustri rivendicato la propria estraneità a quello che in tempi non sospetti squalificava come «apparato consociativo» e «regime partitocratico», durante Mani Pulite preferì manifestare a viso aperto la propria ostilità all’esiziale battaglia mediatico-giudiziaria intrapresa dal pool anziché capitalizzare elettoralmente suddetta estraneità, perché il garantismo e il primato della politica erano due valori-cardine ai quali non si poteva rinunciare, neanche in nome di un probabilissimo successo alle urne.

Potendo prescindere dal partito, Marco Pannella era libero dall’ansia spasmodica di massimizzazione del consenso, libero – cioè – di potersi occupare di battaglie giuste e urgenti ma impopolari: le condizioni disumane cui i detenuti sono costretti, un quotidiano affronto ai diritti umani e retroterra politico-culturale della civiltà occidentale, quegli elementi di cui l’UE si fa vanto per sottolineare la propria estraneità ai regimi autoritari, non figurano nemmeno nell’agenda politica nazionale: immaginate il crollo verticale di consenso cui incorrerebbe qualunque leader di partito che promettesse, chessò, sussidi all’edilizia penitenziaria. Per gli stessi motivi, Pannella si dichiarava non-violento – rifiutava la qualifica di «pacifista», conscio com’era della carica ideologica che essa aveva – e, in tema di impopolarità, parteggiava per Israele.

La sua predilezione per la democrazia diretta, dunque, non era figlia di un’ostilità preconcetta e utopistica alla democrazia rappresentativa – che, a detta di taluni, dovrebbe essere oggi surrogata da imprecisati algoritmi, dalla «rete», dalla «democrazia digitale». I referendum che propose e promosse, tutt’altro che strumentali, contribuirono a ovviare alla sterilità normativa del Parlamento e “svaticanizzare” il nostro ordinamento, traghettarlo verso la post-modernità, incagliato com’era in un eterno dopoguerra e nella contiguità democristiana a Santa Romana Chiesa.

Il suo anticlericalismo, ben lungi dal somigliare alla superstizione socialmente presentabile che i più – sovente spacciandosi per «tolleranti» – ostentano sui social network, si manifestò piuttosto nel tentativo (spesse volte andato in porto) di cristallizzare nel diritto quell’evoluzione della società che i partiti della Prima Repubblica, malati di elefantiasi, tardavano a riconoscere: dopodiché Marco Pannella dimostrò di essere più cattolico della stragrande maggioranza dei credenti, incassò l’approvazione di San Giovanni Paolo II – durante la sua campagna di sensibilizzazione contro la fame nel mondo – e, in tempi più recenti, anche quella di Papa Francesco; nella sua prossimità agli ultimi, anzitutto ai detenuti, e nel suo interesse attivo per i cristiani perseguitati nel mondo, fu assai più cattolico dei peggio integralisti cattolici che oggi si oppongono alla sua «beatificazione» perché disapprovano le sue battaglie a favore dei diritti civili.

Solo la sub-cultura grillina può tentare (vanamente) di squalificarlo o di ridimensionarne la grandezza – unanimemente riconosciutagli in tempi non sospetti – con la più demenziale delle argomentazioni: «c’aveva i vitalizi». Sul piano politico – e moto probabilmente pure su quello culturale e umano – Marco Pannella vale più di tutti gli attivisti pentastellati messi insieme, lui uno degli uomini più incisivi nel vischioso percorso di modernizzazione di questo Paese, loro improduttive propaggini umane di una srl e di un comico di second’ordine.

E solo i figli di papà più sottoacculturati, oggi, possono idolatrarlo per le sue battaglie a favore della liberalizzazione delle droghe leggere: come se l’attivismo politico di Marco Pannella si esaurisse in questo, nel tentativo di dare a qualche adolescente la libertà di farsi una canna sulle note degli Inti-illimani.

Marco Pannella fu molto più di questo, fu un gigante, una meravigliosa anomalia, un instancabile lottatore. Se le nuove generazioni di politici, già affiliati ai notabili locali e ansiosi di tuffarsi nella torta sacher dell’improduttività ben retribuita, avessero un ottavo della sua purezza, della sua passione e della sua autenticità, un domani l’Italia sarebbe un Paese migliore.

Alex Minissale

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