Blog

Mark Zuckerberg e i limiti del potere – di Alex Minissale

Mark Zuckerberg e i limiti del potereAlle domande un po’ superficiali degli studenti della LUISS – in evidente e comprensibile soggezione – Mark Zuckerberg ha risposto con gli aforismi preconfezionati del motivatore aziendale: questo, del resto, è il senso dei cosiddetti Q&A, che somigliano più a una liturgia secolare (nella fattispecie l’adulazione del guru della Silicon Valley: le domande sono state perfino filtrate) che a una conferenza stampa.

Avrebbero potuto chiedergli se nutre un qualche senso di colpa per aver fornito un pulpito facile agli analfabeti funzionali – ma sarebbe stato l’ennesimo assist: la stupidità (così come l’analfabetismo, di qualunque tipo) preesiste ai social network, scremare gli utenti sarebbe classista oltreché profondamente anticommerciale e soprattutto inutile. Il “webete” – così come lo ha battezzato Enrico Mentana con un non-neologismo di successo – è una figura con la quale avremo sempre a che fare, la trasposizione virtuale dell’idiota che quotidianamente fronteggiamo.

Esiste, tuttavia, un algoritmo che determina la visibilità dei post – il celebre EdgeRank – così come esistono i cosiddetti “standard della comunità”: in altre parole, Facebook, come e più delle altre multinazionali digitali (Amazon, Google ecc…), seleziona i contenuti a cui le masse possono accedere, rivestendo un ruolo essenziale nell’informazione e perfino nella formazione delle stesse – ha, cioè, una responsabilità sociale e politica più che significativa; senza enfasi alcuna, si può affermare che Facebook determina dei cambiamenti (in senso migliorativo o peggiorativo) nella qualità delle democrazie nelle quali è presente. Attualmente, i criteri di selezione di Facebook – “gli standard della comunità” di cui si diceva, una sorta di statuto interno – sono tutt’altro che trasparenti e “neutri”: non sono stati ancora elaborati anticorpi efficienti contro le bufale e i troll, gli account e le pagine vengono sospesi con decine di pesi e altrettante misure, il peso specifico dei singoli contenuti non è sempre connesso alla qualità e alla veridicità degli stessi.

Dopodiché, certo: gli “apocalittici” – per dirla con Umberto Eco –, all’indomani del Q&A in questione, non si sono risparmiati. Taluni si sono spinti perfino a qualificare Facebook come un apparato oppressivo assai più efficiente e pervasivo dei totalitarismi novecenteschi: una definizione senz’altro eccessiva, specie se si pensa che i corsivi in questione sono stati pubblicati proprio su Facebook; si potrebbe controbbiettare che, orwellianamente, la quota di dissenso che Zuckerberg tollera è funzionale all’occultamento della sostanziale repressione che pone in essere: ma siamo, per l’appunto, nell’ambito della solita retorica apocalittica, esercitata più per alimentare il proprio ego che per giungere a conclusioni razionali.

Certo, Facebook – o più generalmente la rivoluzione tecnologica e in special modo quella digitale – ha incoraggiato gli utenti a sacrificare la riservatezza sull’altare dell’esibizionismo, sicché Facebook (e Google ecc…) ha accesso a una mole di dati personali che farebbe impallidire qualunque Ufficio Anagrafe. Ma non è nulla che un braintrust internazionale di giuristi non possa risolvere: le multinazionali digitali sono tutt’oggi in una fase pionieristica, passerà del tempo prima che possano essere anch’esse imbrigliate nel reticolo del diritto, anche e soprattutto in materia fiscale. Sarebbe bene che l’establishment mediatico-culturale italiano, sulla scia di Umberto Eco, aprisse un dibattito in materia, anziché liquidare il tutto con la solita pigrizia intellettuale per mantenere salda la centralità della politica (un potere fra i tanti).

Semmai si potrebbe notare, con Alexis De Tocqueville e Jonathan Franzen (che ha dato alla rivoluzione digitale l’attenzione che le spetta), che una democratizzazione totale come quella determinata da Facebook alimenti il conformismo, se non fosse che questo è un problema connesso – più generalmente – ai mezzi di comunicazione di massa.

Per farla breve, la rivoluzione digitale va interpretata e affrontata con spirito critico, con la giusta misura di tecnoentusiasmo e luddismo: il web, e Facebook nello specifico, hanno per esempio contribuito a erodere un monopolio di fatto proprio nella Sicilia orientale: quante testate coprivano l’informazione regionale prima del web? Quante, adesso – inclusa quella nella quale questo pezzo è stato pubblicato –, riescono a stare a galla grazie alle views? È – per dirla con Schumpeter, che individuò nell’innovazione l’essenza del capitalismo – il dinamismo che prende il posto della stagnazione, il vecchio sistema che viene meno in favore del nuovo spalancando diverse opportunità di profitto.

Ma qualunque forma di potere – istituzionale, finanziario, digitale – degenera se priva di limiti e controlli: l’insofferenza di Zuckerberg per le domande non filtrate è un riflesso condizionato da vecchio caudillo che inquina la sua identità di innovatore e il suo sorrisone da nerd telegenico.

Alex Minissale

Il primo Network in franchising di quotidiani online

Testata giornalistica ai sensi della Legge 103/2012. Direttore Responsabile Dario Lazzaro. Tutti i contenuti de lagazzettacatanese.it sono di proprietà di Associazione Il Cirneco, C.F.: 93197970879
Per i comunicati stampa, testi e immagini dovranno essere inviati alla email [email protected]
Per la tua pubblicità su questa testata: Responsabile commerciale Simone Cirami – [email protected] – Mob: +39 327 77 03 240.

Scarica l'App de LaGazzettaCatanese.it

Copyright © 2015 Associazione Il Cirneco

In alto