Cultura

Quale scuola per il nostro territorio?

Simeto

Quando si parla di scuola e di educazione il rischio di cadere in retoriche ideologiche alla moda o in utopistiche progettazioni è sempre in agguato, specie quando a queste forme progettuali si mescola un altro tipo di ideologia: la progettazione partecipata.

Lo stato di salute del sistema di istruzione del nostro territorio appare quanto mai critico e cercare di risolvere questi nodi problematici richiederebbe un approccio pragmatico, scevro di ideologia ma non di teoria, pedagogico-sociale più che patologizzante, attento alle dinamiche sociali quotidiane ed alle situazioni socio-economiche in cui versa la popolazione sulla quale i nostri interventi educativi e didattici insistono. Ad ogni modo, non può esistere nessuna progettazione credibile che non si fondi su indagini preliminari atte a rilevare, con i limiti loro propri, il fenomeno sul quale si intende intervenire strategicamente. Certamente il vissuto quotidiano restituisce quella che è l’esperienza del giorno qualunque, non sempre metabolizzata e portata a coscienza, ma portatrice anch’essa, lo si voglia o meno, di educazione, di tipo implicito si intende ,ma forse per questo più determinante e capace di strutturare visioni del mondo difficilmente decomponibili e ristrutturabili.

A proposito di scuola e territorio ho avuto modo di leggere recentemente il documento emerso dal tavolo di lavoro sulla scuola nell’ambito della “Strategia Nazionale Aree Interne” elaborato a cura del “Laboratorio del Patto di Fiume Simeto”. In esso emergono, a mio parere, tutte le potenzialità ed i limiti di ciò che significa “progettazione partecipata” e “progettazione in ambito educativo e didattico”.

Iniziando dagli aspetti positivi, è bello vedere come la scuola sia diventata, nell’ambito del nostro territorio, oggetto di riflessione quasi sistematica e che abbia riacquistato quella centralità che le spetta nel dibattito più o meno pubblico. Sono altresì significative le esperienze didattiche ed educative riportate nel documento (anche se alcune, con il tempo, si sono spente – penso al progetto “Orti di Pace” per esempio) e la necessità evidenziata di combattere la dispersione scolastica e rivitalizzare culturalmente il territorio attraverso la creazione di laboratori e poli di attrazione culturale.

Non mancano tuttavia elementi dissonanti che inficiano, in parte, la bontà del documento e delle intenzioni ivi contenute. Le proposte presenti sembrano a tratti distaccate da quella che è la realtà sociale del territorio. In alcuni punti si fa riferimento, mediante slogan ormai passati nella vulgata scolastica dominante, specie nel meridione, alla fantomatica “educazione alla legalità” o ad un’”educazione al bello” (retaggio del romanticismo estetico di Schilleriana memoria). La problematicità di questi riferimenti non sta tanto nelle finalità con cui vengono proposti (nessuno con un minimo di contezza pedagogica, infatti, potrebbe negare il ruolo del bello nella formazione dell’individuo così come l’urgenza e l’importanza di formare cittadini rispettosi delle leggi e socializzati al vivere civile) quanto nel considerare questi obiettivi, unitamente ad altri, alla stregua di discipline curriculari dimenticando invece che la sensibilità alla bellezza e la capacità di vivere da buoni cittadini liberi siano piuttosto il frutto di un esercizio prolungato dove il “bello” ed il “legale” costituiscano contesti attraversati dall’esperienza, campi di esistenza praticati quotidianamente. Qui si inserisce l’urgenza della lotta alla dispersione scolastica non dimenticando che, nei nostri territori (parlo almeno per Adrano), esistono ancora bambini che non sanno letteralmente scrivere, leggere e far di conto, marginalizzati nelle nostre scuole e invisibili alle nostre valutazioni efficientistiche (pagliacciate INVALSI comprese), etichettati e stigmatizzati (perché dare il nome a qualcosa risulta rassicurante, DSA, BES affetti da….) ma non fatti oggetto di cure, pazienza, attenzione e, a volte, professionalità adeguate (basti pensare ai progetti contro la dispersione presenti nel nostro territorio in questi anni, molte volte solo contenitori per interessi di cooperative e associazioni – ma perché non valorizzare invece il tanto volontariato presente? Costerebbe meno e sarebbe certamente più efficaci). Per questi ragazzi è necessario ricostruire il rapporto Comunità-Famiglia-Territorio (più che Scuola-Famiglia) ma anche rinnovare lo sguardo e le strategie educative e didattiche non inseguendo acriticamente le mode didattiche del momento (quanto a sproposito nel documento si parla di nuove tecnologie e sperimentazione). Certamente nel documento le idee buone non mancano, una tra tutte l’ottima idea di creare equipe di psicologi e pedagogisti ad hoc (ma che non siano frutto di progetti che durano pochi anni, ma risorse presenti permanentemente nel territorio e a servizio di famiglie e scuola), ma forse rimangono ancora troppo presenti, nel pensare il rapporto Scuola-Territorio, nel fare progetto, interessi particolaristici e campanilistici, miopie ideologiche e pedagogiche e pregiudizi (si pensi alla necessità espressa di “orientare gli studenti sulla base delle proprie competenze reali” che suona quasi come un proclama all’immobilismo sociale ed a forme di orientamento di gentiliana memoria). Resta di fatto che qualcosa si è mosso, anche se avrebbe potuto muoversi un po’ meglio.

Giovanni Castiglione -Pedagogista-

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