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Riina, la mafia e la mafia dell’antimafia – di Alex Minissale

Salvatore Riina - porta a porta

Di Alex Minissale

Non c’è nulla di cui scandalizzarsi se Salvo Riina – figlio del più celebre – ha scritto un libro: l’articolo ventuno della nostra Costituzione garantisce libertà d’espressione perfino a lu. Senz’altro l’editore che lo ha pubblicato (Mario Tricarico) avrà ponderato come si deve il rapporto tra la perdita in termini di immagine (magari avrà sposato la logica rozza ma talvolta efficace del “bene o male purché se ne parli”) e il ritorno strettamente economico.
Sempre a rigor di Costituzione – la medesima Costituzione che viene brandita solo quando brandirla non è impopolare – Riina Jr non è neanche meritevole di quella emarginazione totale e aprioristica dal dibattito pubblico che ciascuno di noi, obbedendo ad un comprensibile riflesso condizionato di natura emotiva, vorrebbe infiggergli: la responsabilità penale è personale, sicché Riina Jr risponde esclusivamente del reato per il quale è stato condannato (associazione mafiosa) – avendo egli già scontato i suoi otto anni di galera, subentrerebbe pure la funzione rieducativa della pena, altro principio costituzionale che difficilmente farà mai breccia nella mentalità strutturalmente giustizialista di noi italiani (ma va anche detto che, non trattandosi di un criminale ordinario, bensì di un soggetto affiliato ad una strutturata cultura dell’antilegalità, è pressoché impensabile che la sua permanenza in gattabuia lo abbia trasfigurato in un cittadino modello).
Ad ogni modo, neppure la sua presenza nel salotto più celebre della tv di Stato deve di per sé destare scandalo: Franca Leosini, con una professionalità insolita per gli standard della tv italiana, intervista periodicamente gli autori dei più efferati delitti balzati agli onori della cronaca nazionale; Antonello Piroso, altro fuoriclasse del giornalismo italiano, nel febbraio del 2008 ospitò Omar Bin Laden – figlio del più celebre, anche in questo caso – su La7. Il “male” suscita un interesse giornalisticamente, culturalmente legittimo e, se gestito con un atteggiamento algido e critico, può dar vita a infotainment di livello elevato.
Il punto, piuttosto, è l’intempestività dell’intervista, che ha avuto luogo lo stesso giorno dell’uscita del libro, assumendo inevitabilmente una funzione promozionale.
Il vantaggio trattone da Riina Jr non è meramente astratto, ma perfino quantificabile a livello economico: basti pensare che un artista prende parte ad una trasmissione tv o a un convegno gratuitamente se, nel frangente, ha un’opera (un film, un album, un libro) in promozione, altrimenti richiede un cachet commisurato al suo “prestigio” e/o alla sua visibilità (e naturalmente può trattarsi anche di cifre esorbitanti).
Così il paradosso è bell’e confezionato: la tv di Stato che fa promozione ad un nemico dello Stato – ma sarebbe stato paradossale in misura appena minore anche se l’avesse ospitato qualsiasi altra emittente privata, generalista o meno: qualunque tv, nel bene e nel male, svolge un servizio pubblico, obbedisce ad una funzione pedagogica minima.
È un po’ come se il succitato figlio di Bin Laden pubblicasse un libro negli USA e, il giorno dell’uscita, David Letterman lo invitasse al Late Show.
Paolo Mieli, il giorno successivo all’increscioso episodio su Rai Uno, ha rispolverato sul Corriere della Sera la celebre teoria de “i professionisti dell’antimafia” di Leonardo Sciascia, riscontrando sui social network anche l’approvazione di chi, sino all’altro ieri, liquidava suddetta teoria come una gaffe dello scrittore, idolatrando – nel frattempo – magistrati e sedicenti attivisti antimafia impegnati in una copiosa attività pubblicistica a favore della legalità.
Lo scenario, dunque, è paradigmatico: al cospetto della mafia abbondando gli esorcismi verbali, tutto o quasi si è ridotto alla chiacchiera. E la mafia sembra aver appreso la lezione: per massimizzare gli introiti, scrivi un libro. Magari te lo promuovono perfino sulla rete ammiraglia della tv di Stato.

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