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Unioni e adozioni gay: un dibattito male impostato – di Alex Minissale

ae48bdcf-8945-4ad2-82cc-f45a02d80cb2Il dibattito sul cosiddetto ddl Cirinnà – in soldoni, sull’introduzione delle unioni civili e della stepchild adoption nel nostro ordinamento – si è svolto e si sta svolgendo, come qualunque altro dibattito, senza un minimo di logica e di etica del dialogo. Ambedue gli schieramenti hanno adottato una retorica apocalittica e un benaltrismo francamente ridicoli: se i conservatori paventano un mondo glitterato in cui i bambini si acquistano un tanto al chilo al supermarket, i progressisti non hanno un argomentare più consistente di «al family day ci son solo cornuti e fedifraghi» o «e allora i preti pedofili?» o, ancora, osservazioni spiritose sui numerosi episodi di violenza domestica,  equivalenti – per onestà intellettuale e forza argomentativa – a eventuali generalizzazioni altrettanto spiritose su Gabriele Paolini, giusto per fare un esempio (il noto disturbatore televisivo è dichiaratamente omosessuale: sarebbe onesto, da parte di un conservatore, argomentare con «magari, passata questa legge, uno come Paolini – coinvolto in brutte vicende di pedofilia – si trova un compagno e adotta un bambino»?).

Se i primi si sono peraltro ridotti a mutuare dalla Cgil una strategia propagandistica patetica (quella di gonfiare oltre ogni ragionevolezza i numeri delle proprie manifestazioni), i secondi hanno sposato, da qualche anno a questa parte, un metodo stalinista (si passi l’iperbole), che consiste nell’impedire di esprimere la propria opinione – talvolta perfino fisicamente – a chiunque sollevi perplessità in materia di diritti civili e tematiche limitrofe, squalificandolo a priori come “omofobo”.
Bocciare tale atteggiamento prescinde da qualunque considerazione sul merito: perfino se una setta stravagante organizzasse un corteo autorizzato a favore della riabilitazione culturale del sistema tolemaico, anche in quel in caso ridicolizzare i partecipanti e negare all’evento legittimità democratica sarebbe sbagliato e intimamente illiberale (ovviamente l’esemplificazione è estrema per meglio rendere il concetto).

Insomma, la comunità omosessuale e quella omofila si sono involute in una corporazione: la loro crociata contro i conservatori è perfino più violenta di quella dei taxisti contro Uber. I loro boicottaggi ai danni di aziende colpevoli tutt’al più di aver fatto una trascurabilissima gaffe (come nel caso Barilla) o una ragionevole scelta di mercato (è il recente caso di Italo) testimoniano una suscettibilità eccessiva e antidemocratica.

Quanto al merito, poi, occorre fare alcune puntualizzazioni.

Era senz’altro urgente che venissero regolamentate le unioni civili, resta tuttavia discutibile, sul piano strettamente giuridico, il modello che è stato adottato. L’ipotesi di una soluzione contrattuale (di una soluzione, cioè, che consenta alle parti di disciplinare giuridicamente la propria relazione come più gli aggrada) non è stata neanche presa in considerazione: al solito, è lo Stato che pretende di imporre un’unica veste a situazioni magari differenti fra loro. Proprio Antonio Martino, eccellente giurista di formazione liberale, già Ministro in diversi esecutivi di Berlusconi, propose anni fa una soluzione simile: il tema, infatti, è prioritario anche per la destra (alcune recenti dichiarazioni di David Cameron sono illuminanti in tal senso) o comunque interessa l’intero arco costituzionale.

Per quel che invece riguarda l’estensione della stepchild adoption – ossia la possibilità di “adottare” il figlio del partner – anche a coppie omosessuali, desta anch’essa parecchie perplessità.

Si tratta di un orientamento giurisprudenziale che, approvato il ddl Cirinnà, diventerebbe norma di legge: questo, come obbiettano in molti, potrebbe incentivare la pratica dell’«utero in affitto» – un omosessuale benestante potrebbe infatti ricorrervi in uno Stato estero, per poi tornare in Italia e fare adottare il figlio così nato al partner.

Verrebbe così introdotto nel nostro ordinamento (seppur in via collaterale) «il diritto alla genitorialità» – e, sia detto con franchezza, si tratta di un diritto difficilmente concepibile al di fuori di un orizzonte ideologico: la stessa adozione sottende l’esigenza di trovare una famiglia per un figlio, non viceversa.
Non regge neanche, a tal proposito, la prevedibilissima obiezione «e allora le coppie sterili?» (la sterilità è una patologia: proporre per il soddisfacimento del desiderio di genitorialità degli omosessuali il metodo utilizzato per eludere una patologia è qualcosa di intimamente omofobo).
Sorprende che proprio la sinistra “massimalista”, prima ancora che la destra cattolica, sia tutt’altro che sensibile al rischio d’incoraggiare quella che, rudemente ma realisticamente, potremmo descrivere come una gestazione per conto terzi; sorprende il suo silenzio – anzi: la sua entusiasta approvazione – al cospetto di quello che, secondo le categorie marxiane, si potrebbe benissimo qualificare come un «privilegio di classe»: un operaio omosessuale non potrebbe accedere a una pratica costosissima quale quella della maternità surrogata, mentre una donna in difficoltà economiche è oggettivamente incentivata a locare il proprio utero per ingenti quantità di denaro (vi sono infatti Stati in cui la pratica ha fini lucrativi). La sinistra post-comunista si sta dunque rivelando più liberal e sessantottina («l’utero è mio e l’affitto a chi voglio io!») che marxista, ammenoché non abbia inteso la norma in questione come uno step iniziale per far sì che, un domani, gli uteri li passi la mutua.

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