Cultura

Val Simeto al bivio tra l’omologazione massificante della civiltà industriale e l’inquieta ricerca dell’ identità del bene comune basato su inclusione, partecipazione, diffusione

Oltre la tentazione mai spenta dell’inceneritore, quella di produrre gas da biomasse o estrarlo dalle viscere della terra sperando pure di trovare petrolio

Alla mercè di varie lobbies continua la svendita del territorio siciliano, complice la mente “fossile” delle istituzioni locali e l’ insufficiente spinta dei cittadini sui decisori, nonostante l’adesione formale a percorsi di sperimentazione dal basso di politiche di sviluppo sostenibile, ad esempio quelli disegnati dalla Strategia Nazionale Aree Interne (in Sicilia cinque aree, tra cui la nostra “Val Simeto” per di più definita prototipale). Evidentemente nulla si è  imparato dagli effimeri quanto devastanti cicli economici (per i costi ambientali e sulla salute) fondati sull’estrazione mineraria, sulla raffinazione del petrolio, sulla cementificazione selvaggia urbana e rurale (per quest’ultima si analizzi cos’è stato della politica di gestione idraulica siciliana che tanti sconquassi ha provocato al territorio).

“Se il panorama della cultura tradizionale di una comunità è sempre strettamente legato alle sue vocazioni fondate sull’uso del territorio: agricoltura, coltivazione delle materie prime del sottosuolo, sfruttamento delle risorse del mare, quella siciliana rinuncia ostinatamente a sapere quel che essa è nel momento stesso in cui non sa dire alla società quel che dovrà essere, ed in ciò se ne materializza la perenne crisi.”

Portando la riflessione sulla Val Simeto nelle storia recente, dalle proteste vivaci e diffuse del primo decennio del duemila  contro la costruzione di un inceneritore in contrada Cannizzola-Paternò, di un maxi impianto di produzione di gas da scarti verdi a Piano Rinazze- Biancavilla, di una fabbrica di mattoni con  fanghi industriali lungo la S.S 121 sotto Adrano, sembrava fosse scaturita una domanda di cambiamento  all’insegna dello sviluppo sostenibile volto in particolare alla valorizzazione dell’agricoltura locale e ad aprire il territorio ad un flusso turistico più cospicuo come il suo eccezionale patrimonio storico e ambientale, come i suoi splendidi paesaggi umani meritano.

Ed invece ciò che sembrava uscito dalla finestra è rientrato dalla porta. Da fine duemilasedici sono venuti alla luce tre progetti: un inceneritore a Motta Sant’Anastasia sposato con delibera dall’ente locale e successivamente ritirato grazie alla mobilitazione civica; un’ inceneritore e un maxi bio-digestore anaerobico per la produzione di gas  a Piano Rinazze Biancavilla il cui iter amministrativo è in corso alla Regione; mentre a pochi chilometri da qui, vicino il ponte Maccarrone sul Simeto sponda centuripina in pochi mesi è stata issata una trivella per la ricerca di idrocarburi, “primo atto” della concessione territoriale denominata “Biancavilla I” la cui estensione in realtà va  da Regalbuto a Ragalna, compreso Adrano, Biancavilla, S. Maria di Licodia.

D’altronde solo nel bacino idrografico del Simeto già da diversi decenni si estrae gas  a Bronte, Troina, Gagliano Castelferrato, Regalbuto.

Peraltro altri fronti di ricerca dell’oro nero sono in corso nella Val di Noto, nel Calatino, nel basso ennese, per non dire delle concessioni “off-shore” nel canale di Sicilia persino in corrispondenza di zone vulcaniche sottomarine.

In tema di produzione di energia le indicazione europee e mondiali (COP 21 di Parigi 2015) spingono chiaramente alla progressiva riduzione delle fonti fossili a vantaggio delle rinnovabili dato gli oramai scientificamente provati effetti clima alteranti delle prime (gas serra, desertificazione).  

Il paradosso è che proprio il territorio a valle di Adrano nel 1982 ebbe il primo impianto al mondo ad immettere in rete energia prodotta dal sole: “Eurelios”. Sebbene il progetto non diede la resa sperata, resta comunque il modello di riferimento in base al quale oggi s’è costruita, ad esempio, la più  grande centrale solare al mondo in Marocco.

Nel 2010 Enel Green Power ha costruito nello stesso luogo un mega impianto di pannelli solari di 9 megawatt.

Nel 2011 vi è stato  un maxi finanziamento statale da 49 milioni di euro per l’insediamento di una fabbrica di pannelli fotovoltaici ad alta tecnologia presso il modulo M6 della zona industriale di Catania, e tuttavia la joint-venture tra Sharp, STM e Enel è finita nel breve volgere di un triennio.

Il 2016 infine vede Enel Green Power scommettere nella fabbrica del sole a Catania.

Più in generale la Sicilia sta vedendo crescere  la produzione elettrica da fonti alternative al fossile (solare, eolico in partic.), sovente però con modalità troppo impattanti sul patrimonio ambientale e culturale (di pochi giorni orsono la revoca del Tar ad un  maxi parco eolico sul mare antistante Gela).

Senza considerare la persistente situazione di mancata bonifica dei siti del petrolchimico siciliano, i cui costi sociali e ambientali sono ancora non del tutto stimati.

Per tutto ciò la  sostenibilità non è più un progetto: è il quadro reale nel quale si sviluppa il progresso.

La strada per lo sviluppo planetario (Sicilia inclusa!) è un progresso tecnologico ed economico neutrale dal punto di vista della diffusione di gas serra nell’atmosfera. Accanto alla logica del mercato nella quale gli operatori competono tra loro, si avvia una logica di collaborazione per la manutenzione del “bene comune” fondamentale: le condizioni di vita sulla Terra. Il trattamento sostenibile delle risorse diventa argomento centrale per ogni strategia e conferisce una direzione all’innovazione, ponendo le basi per un ecosistema dell’innovazione coerente con l’ecosistema naturale. Si parte dalle emissioni di anidride carbonica e metano, ma si arriva alla salvaguardia di ogni elemento che assorbe CO2 e dunque all’equilibrio degli oceani e delle foreste, alla struttura delle città e delle fabbriche, al trasporto e alla produzione di cibo. È una lungimiranza obbligatoria. Che diventa una grande “lezione di futuro” e libera le capacità innovative, su una piattaforma culturale e politica totalmente rinnovata.

È anche necessario un cambiamento dell’ordinamento giuridico in direzione ecologica per inglobare al suo interno i principi della sostenibilità. “Un ordine giuridico ecologico non tollera istituzioni estrattive che codificano l’assenza di limite” (ult. cit. da Ecologia del Diritto. Scienza, Politica e beni comuni, opera a cura del fisico e teorico dei sistemi Fritjof Capra e dello studioso del diritto, giurista comparatista Ugo Mattei)

Pietro Benina

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